venerdì 20 marzo 2015

Homunculus – L’Occhio dell’Anima

Titolo: Homunculus – L’Occhio dell’Anima
Autore: Hideo Yamamoto
Pubblicato in Italia da: Panini Comics
Numero volumi: 15

Trama
Susumu Nakoshi è un senzatetto che vive in un parco antistante un lussuoso hotel di Tokyo che lui stesso, in passato, ha frequentemente visitato. Misterioso, cinico, d’aspetto piuttosto curato nonostante le misere condizioni di vita, mostra un atteggiamento distaccato da tutti, persino dagli altri clochard. È invece morbosamente legato alla sua utilitaria, che utilizza sia come rifugio che come mezzo di svago, concedendosi gite nel traffico cittadino o in periferia. Quando il veicolo gli viene sequestrato dalla polizia, per poterlo riscattare accetta la generosa proposta di Manabu Ito, eccentrico studente di medicina appassionato di occulto in cerca di una cavia da sottoporre a un delicato esperimento: si tratta di trapanare il cranio [1], praticando un foro in fronte allo scopo di risvegliare il sesto senso e poter percepire presenze sovrannaturali. Malgrado le aspettative e i test condotti, l’intervento non conferisce al paziente le capacità attese; tuttavia Susumu scopre che, se osserva le persone col solo occhio sinistro, l’aspetto di alcune di esse gli appare stranamente mutato.
Analizzando il fenomeno i due comprendono che Susumu è in grado di vedere la manifestazione fisica dell’inconscio, gli ‘homunculus’ [2]: praticamente l’essenza delle persone e la proiezione di sensi di colpa, manie, inadeguatezze e altri risvolti psicologici che condizionano il loro modo di essere e agire. La nuova facoltà indurrà il misantropo protagonista a riprendere contatto con la gente; aiutando perfetti sconosciuti ad affrontare il loro mondo interiore – per lo più con conseguenze drammatiche e non prevedibili – egli scoprirà che ciò che è ora in grado di percepire negli altri rappresenta una sorta di riflesso del proprio io. Questa consapevolezza lo destabilizzerà emotivamente e psicologicamente, guidandolo nell’arduo percorso verso una maggiore conoscenza di sé, fino al difficile confronto con il passato da cui è fuggito.

Commento
Quella narrata nel manga Homunculus – L’Occhio dell’Anima è senza dubbio una storia originale e intensa, priva com’è d’intermezzi comici e sequenze d’azione in grado di allentare o variare la tensione; adatta a un pubblico adulto, la trama procede per lo più grazie a dialoghi e riflessioni, proponendo spesso situazioni forti e disturbanti che potrebbero scoraggiare il lettore medio. Ma l’elevata qualità in termini di contenuti e spunti ripaga ampiamente l’impegno di lettura.
La serie (15 volumi) è stata scritta e disegnata da Hideo Yamamoto tra il 2003 e il 2011, e pubblicata in Giappone sul settimanale Big Comic Spirits, edito dalla Shogakukan; mentre Panini Comics ne ha curato l’edizione italiana, uscita con cadenza aperiodica dal 2005 al 2012 e riproposta in ristampa dal 2011 a fronte del discreto interesse suscitato.
Probabilmente meno conosciuto in Italia rispetto ad autori di seinen quali ad esempio Jirō Taniguchi, Naoki Urasawa e Makoto Yukimura, Yamamoto è un mangaka già noto al pubblico internazionale per opere particolari e difficili da catalogare ma comunque coraggiose e mature. Basti pensare a Nozokiya del 1992, incentrato sul voyeurismo con protagonista un erotomane, e alla successiva serie intitolata Shin Nozokiya del 1994, dove un’agenzia investigativa si occupa di portare alla luce perversioni di criminali e corrotti; due anni dopo, con Okama Hakusho, l’autore affronta invece tematiche quali l’omosessualità e il travestitismo; nel 1997 propone Enjou Kousai Bokumetsu Undou in cui non si lesinano stupri, sadismo e violenza; ma è nel 1998 che Yamamoto realizza una delle sue opere più conosciute e controverse Ichi the Killer (titolo originale Koroshiya Ichi, adattato per il cinema nel 2001 grazie a Takashi Miike), che esaspera argomenti quali il bullismo, la violenza e il sadismo, in una storia ambientata nel mondo degli yakuza. In tempi più recenti, dopo Homunculus, Yamamoto ha collaborato con Hiroya Oku per Yume Onna, volume autoconclusivo che tratta di sogni lucidi.
Considerando il tenore seinen di questi precedenti, anche Homunculus non poteva che collocarsi nella stessa categoria, rivolgendosi a un pubblico maturo e alla ricerca di una vicenda conturbante e stimolante dal punto di vista intellettuale. L’attenzione è orientata in prevalenza all’introspezione, all’analisi dell’individuo e della società ma, rispetto ad altre opere di Yamamoto, l’elemento violenza viene ridotto ai minimi termini: sono gli aspetti psicologici a venire approfonditi e sviluppati. Il tutto confezionato con un ritmo narrativo adeguato, sostenuto da discrete soluzioni stilistiche capaci di creare tensione e coinvolgimento, giocando spesso con toni cupi per ribadire come l’interesse primario sia rivolto agli anfratti più turpi dell’animo umano, ai segreti e alle colpe che si celano dentro di noi.

L’autore pungola la sensibilità e lo spirito di osservazione del lettore scrutando le persone (e la società in generale) con occhio analitico e da angolazioni coraggiose. L’homunculus sensoriale correla l’esteriorità dei corpi con l’interiorità dell’animo; l’aspetto grottesco che il protagonista scorge negli altri rappresenta la reazione del subconscio di fronte a ‘mutilazioni’ provocate dall’esterno, e sottintende il modo di etichettare e giudicare il prossimo da dettagli e atteggiamenti. Yamamoto ci porta oltre le apparenze, a guardare le sconfitte e gli aspetti poco edificanti del quotidiano.
L‘impostazione si avverte già in avvio, con un protagonista che ha rinnegato la propria identità sopraffatto dal peso dei suoi trascorsi. Una condizione di distacco che risulta evidente sul piano materiale ma anche sul piano emotivo e sociale: Susumu non ha affetti o legami particolari col proprio passato, per certi versi ha cancellato la sua vita precedente. Nel corso della narrazione emergeranno comunque stralci della sua vicenda personale: era un uomo di successo, attivo nell’ambito della finanza, circondato da belle donne, ma insoddisfatto. La visione attuale che egli offre di sé è invece quella di una persona libera, non di uno sconfitto come potrebbe sembrare: è la libertà di chi ha deciso di cominciare da zero una nuova esistenza, un’idea ben rappresentata dall’immagine di lui che dorme nella propria auto raccolto in posizione fetale.
La perdita del veicolo, di quel rifugio che lo rende diverso dagli altri senzatetto, non annientato come loro, è quasi identificabile con la nascita: qualcosa di traumatico per il bambino ma passaggio obbligato per iniziare a vivere. Esistenza che è anche confronto con se stessi e con il mondo, tappe di crescita che tramite l’esperimento condotto da Manabu Ito diventeranno il vero motore della storia.
La trapanazione cranica, quale mezzo per aumentare le facoltà cognitive e sensoriali secondo le psichedeliche teorie sostenute da Bart Huges sul finire degli anni ’60, è l’espediente usato per rendere evidente un vuoto e per stabilire un contatto tra interno ed esterno dell’individuo. Particolare anche l’idea di invitare all’osservazione e comprensione degli altri, qualcosa che la società moderna tende a ostacolare favorendo invece dinamiche più egoistiche rivolte all’affermazione e realizzazione di sé. La modalità suggerita per la conoscenza del prossimo è quella ‘all’antica’, decisamente in controtendenza: vale a dire il contatto diretto e il dialogo, senza il tramite tecnologico offerto da social network e dispositivi di ultima generazione che costituiscono pur sempre un filtro e a volte un’alterazione nella percezione della realtà. Il manga si sviluppa quindi attraverso lunghissimi dialoghi e incontri non sempre facili, enfatizzando particolari aspetti dei personaggi che vengono tratteggiati mediante i fantasiosi homunculus, analizzando fantasmi, ossessioni, traumi ma anche rimorsi o psicosi che condizionano l’esistenza e di cui, nel frenetico mondo reale concentrato sull’apparire più che sull’essere, molto spesso non ci si avvede.
Il manga di Yamamoto può essere suddiviso in macro capitoli, ciascuno incentrato su uno specifico individuo-homunculus di cui si esplora il passato – tracciando inoltre parallelismi col passato di Susumu – fino ottenere una visione abbastanza chiara della sua identità e del suo trascorso.
Il primo homunculus con cui Susumu si cimenta è quello di uno yakuza, ed è l’occasione per trattare il tema del senso di colpa. Tappandosi l’occhio destro, quello che il clochard percepisce è una possente armatura robotica al cui interno s’intravede un bambino spaventato nell’atto di tagliarsi un dito con una falce. Lasciar riaffiorare i ricordi di un incidente causato in tenera età ai danni di un amico sarà lo sforzo emotivo – il tutto con risvolti catartici – richiesto al burbero criminale, divenuto tale proprio per negare i sensi di colpa, al pari di molti violenti che affrontano la vita con durezza per reazione a solitudini e ferite dell’animo mai curate. Al termine di questo incontro, lo stesso Susumu verrà sopraffatto dai ricordi di un grave incidente da lui causato, probabilmente uno dei motivi alla base del suo carattere cinico e distaccato.
L’episodio introduce l’atteggiamento negazionista del personaggio e la sua tendenza a mentire. Non è un eroe né ambisce a proporsi come tale agli occhi del lettore: agisce per lo più con l’intento di sbarazzarsi della visione degli homunculus, anche se ciò lo porta inevitabilmente a maturare verso coloro che aiuta un legame a cui non riesce a sottrarsi.
Il secondo homunculus è quello di Yukari, una liceale che agli occhi di Susumu appare costituita di sabbia, ma una sabbia i cui granelli sono in realtà minuscoli simboli e caratteri. È una ragazza capace di mutare e adattarsi, di lasciarsi modellare dall’ambiente, ma al contempo è ‘vittima’ di una madre oppressiva e degli innumerevoli stimoli con cui la società moderna bombarda e cresce le nuove generazioni. Susumu la incontrerà in auto, in una situazione molto tesa e ambigua, finendo poi per violentarla allo scopo di ‘darle la giusta forma’. Attraverso lei, il protagonista rivedrà le donne con cui è stato e rivivrà i ricordi legati alla fisicità e alla sessualità, spunto per riflettere su argomenti come la mercificazione e quel genere di possesso che riduce oggetti e persone alla funzione di status symbol.
La vicenda di Yukari suggerisce un’ulteriore analogia con Susumu: la necessità di entrambi di affermare la propria esistenza, un’urgenza dettata dal vuoto che sentono dentro e che li spinge ad azioni bizzarre o autolesioniste.
I temi successivi a cui il manga si dedica sono quelli del rapporto padre-figlio e dell’identità sessuale, approfondendo la conoscenza di Manabu Ito, il cui homunculus appare composto da sola acqua quasi fosse un contenitore trasparente, ma che tuttavia nasconde al suo interno un pesce, un coloratissimo guppy. Emergerà in seguito che quel pescetto, posseduto da Manabu quand’era bambino, aveva ispirato in lui atteggiamenti ambigui portando suo padre a esercitare un controllo sempre più rigido fino a modellare il piccolo a propria immagine e somiglianza. Grazie a Susumu che lo convince a vestirsi e atteggiarsi da donna, lo studente riuscirà a fare outing e a riconquistare quell’identità sessuale che aveva finora represso.
Di nuovo, partendo dai problemi affrontati dall’homunculus, Susumu troverà modo di riflettere su di sé e sul proprio passato, stavolta ricordando di aver fatto ricorso in passato alla chirurgia plastica per mutare il proprio aspetto ma perdendone poi memoria per qualche misterioso inconveniente. Turbato, l’uomo prenderà la folle decisione di autotrapanarsi la fronte per ampliare il foro praticatogli da Manabu. Oltre a ricalcare quanto fatto dal già citato Bart Huges, la scena ricorda quella apparsa nel film π – Il Teorema del Delirio di Darren Aronofsky, in cui il protagonista ricorre a un espediente similare. L’episodio evidenzia come la sanità mentale di Susumu tenda a vacillare a mano a mano che cresce l’ossessione per gli homunculus, da lui ritenuti unica manifestazione di verità in un mondo teso all’apparenza esteriore e al consumismo, in cui l’inganno e la menzogna imperversano.
L’ultima parte del manga è quindi focalizzata sul recupero da parte di Susumu del proprio passato, che per lo più avviene grazie al contatto con una escort, Nanako. Interessante anche in questo caso la scelta di guardare indietro più che avanti, quasi a voler fermare il tempo e spezzare il ritmo frenetico e opprimente che la società moderna impone.
Il contatto con Nanako conduce la storia al suo epilogo, in cui l’autore rafforza il legame tra fisicità e interiorità dell’individuo. Si scopre che Nanako e Susumu – il cui vero nome viene rivelato essere Satoshi – avevano avuto una relazione. Susumu però, per motivi egoistici legati all’inseguimento del successo materiale e all’attrazione esercitata su di lui dalla vuota bellezza esteriore del mondo, aveva abbandonato la compagna, e con lei il bimbo che portava in grembo, cambiando addirittura aspetto per poter cominciare una nuova vita. 
Yamamoto sembra quindi suggerire al lettore che il mondo d’oggi illude e corrompe nell’indicare il successo economico e sociale come unica cosa che conti, e nel porlo alla portata solo di chi rispetti precisi canoni di esteriorità. Che, intimamente, l’individuo sia vuoto, insignificante oppure orrendo come certi homunculus, alla società non importa. Il difficile processo di comprensione affrontato da Susumu e Nanako permette di svelare l’inganno, lanciando dei messaggi volti a rivalutare l’animo umano, le sue emozioni, il suo pensiero, l’essere e non l’apparire.
Ma tutto ciò che Susumu e Nanako – anch’essa sottoposta a trapanazione – riusciranno a recuperare nel loro rapporto e del loro passato si rivelerà una conquista effimera; il finale, tragico ma coerente, lascerà immaginare quel che sarà di Susumu, sereno e ormai folle con tracce di innumerevoli buchi sulla testa.
È lasciata alla sensibilità del lettore l’interpretazione dei molti flashback nei quali Yamamoto ci mostra le vicissitudini dei personaggi senza inserire dialoghi o descrizioni. Le vignette sono in ogni caso molto chiare nel suggerire le storie personali ed evocare emozioni, spesso mediante scene di pianto. Questa scelta si pone in perfetta coerenza con il leitmotiv dell’opera, ovvero la comprensione di sé mediante osservazione degli altri.
Lo stile di disegno, indubbiamente meno moderno rispetto a quello adottato da altri autori che ricorrono frequentemente alla computer graphic o a vignette molto dinamiche e ricche di elementi, risulta piuttosto espressivo e funzionale nel focalizzare l’attenzione del lettore sui personaggi. Coerentemente con quello che è l’impianto narrativo, Yamamoto si concentra per lo più sulle figure umane, sulla loro anatomia e soprattutto sui volti, concedendo innumerevoli primi piani, prediligendo tonalità cupe oppure offrendo prospettive ardite per trasmettere la tensione e l’impatto di emozioni e ricordi. Il tratto è pulito, netto e preciso, molto realistico e attento alle proporzioni anatomiche. La presenza degli homunculus crea poi il pretesto per rappresentare soggetti grotteschi e stravaganti, lasciando libertà interpretativa nel riconoscere in essi fobie, atteggiamenti e manie. Si scorgono quindi donne con sette gambe, che probabilmente intrattengono sei relazioni diverse simboleggiate dalle sei vagine possedute; uomini pieni di sé che camminano sui trampoli; uomini dalle zampe di gallo ben piantate a terra e con ali rattrappite, che desidererebbero lanciarsi in qualche avventura ma temono di separarsi dalla loro routine; ragazze frenetiche e disordinate costituite di puro vento; donne senza collo che hanno subito un tentativo di strangolamento; uomini la cui testa sembra un grande fallo e con evidenti necessità da soddisfare. Ma anche creature dall’aspetto più bizzarro, per metà roccia e per metà acqua, dallo spessore infinitesimale che li fa sembrare fogli di carta, oppure dalle forme di animale, come la madre-ragno di Yukari.
Un pregio indiscutibile dell’opera è la qualità dei contenuti e delle tavole, capaci di veicolare emozioni e umanità anche ai lettori non pratici di psicanalisi. Le vicende proposte potranno forse non sembrare così originali ma, nell’economia globale della storia, creando parallelismi e più livelli narrativi, conferiscono spessore a un manga che può considerarsi un piccolo capolavoro. Non troviamo tracce di epicità, nemmeno slanci fracassoni e iperbolici come spesso accade nei manga più noti al grande pubblico, ma in termini di sensibilità e qualità Homunculus merita davvero di essere letto.


Note:

[1] Trapanazione cranica
Si tratta di una tecnica che prevede la perforazione del cranio, per lo più a scopi terapeutici. In epoche antiche era infatti convinzione che tale trattamento potesse liberare l’individuo da spiriti nocivi e disturbi quali emicranie, o permettere il recupero in caso di lesioni alla testa consentendo l’espansione del cervello e il deflusso di liquidi. Addirittura vi sono testimonianze di trapanazione eseguita sugli animali per liberarli da alcuni parassiti, come riportato in Trepanationen im Gebiet des heutigen Rumänien (Ion Gabriel Russu e Valeriu Bologa, 1961).
Si trovano riscontri di interventi di trapanazione nei reperti archeologici risalenti al Neolitico; e Paul Broca, antropologo e neurologo francese vissuto nell’800, riprodusse tale operazione sui crani di cadaveri di adulti e bambini. Vi sono riferimenti anche nella cultura greca e araba, e durante tutto il Medioevo; tracce di interventi simili, che lascerebbero supporre motivazioni rituali, si riscontrano pure nei resti di popolazioni pre-colombiante.
La trapanazione cranica ha avuto le sue sperimentazioni anche in epoche più recenti, in particolare sul finire degli anni ’60 con Bart Huges e Amanda Feilding, convinti che tale pratica permettesse al cervello di ‘respirare’ e tornare a pulsare come accade nei neonati, concedendo maggiori capacità percettive.


[2] Homunculus
In base agli studi condotti negli anni ’50 dal neurologo canadese Wilder Penfield, nella corteccia cerebrale è possibile distinguere aree specializzate, dedicate alla gestione motoria, associativa oppure sensoriale. Ricorrendo a stimolazione sistematica della corteccia lo studioso ha riscontrato che in ciascun emisfero vi è una sorta di mappa adibita alla gestione delle sollecitazioni ricevute da specifiche parti esterne del corpo umano. Il numero di recettori per ciascuna area varia, per cui accade che le zone corrispondenti ad esempio a labbra, orecchie e mani risultino molto più estese rispetto a quelle adibite alla gestione di braccia o gambe. Di conseguenza, la figura che si può ricostruire appare come una creatura grottesca e dall’aspetto poco proporzionato: un omino che prende il nome di homunculus sensitivo, se ricreato a partire dalle aree sensoriali, oppure homunculus motorio, se riferito le aree motorie appunto.


Questa recensione è stata realizzata per Terre di Confine e pubblicata sul portale dell'associazione culturale. 

1 commento:

Leonardo Colombi ha detto...

Potete trovare la recensione, rivista e ampliata, anche all'interno del quarto numero di Terre di Confine magazine:
http://www.terrediconfine.eu/homunculus-locchio-dellanima/
http://www.terrediconfine.eu/terre-di-confine-magazine-4/

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