sabato 26 febbraio 2011

..:: Rhapsody of Fire (Bologna) ::..

Ed eccomi qui, reduce dal concerto di ieri sera all'Estragon di Bologna, un'esperienza vissuto assieme a mio fratello Francesco che mi ha regalato questa magnifica occasione musicale. 
Siamo partiti in perfetto ritardo e giunti a Bologna per le 19.00 circa: meno male che non abbiamo trovato traffico e che via Stalingrado è poco distante dagli svincoli autostradali, abbiam pensato. Poi però ci siamo resi conto che via Stalingrado non è propriamente una viuzza e che, strano a dirsi, indicazioni per l'Estragon e per il concerto non se ne vedevano. Anche gli indigeni si son dimostrati perplessi: "Estragon? Cos'è?" "Per me è di là.." "No, forse di là, dove ci sono quei capannoni" "Secondo me è vicino al campo nord...".
L'album "The wondering Notes"
dei Vexillum
Fatto sta che grazie al nostro formidabile intuito e senso dell'orientamento l'abbiam trovato, a circa 300 m dal punto in cui ci siam fermati per chiedere informazioni.
Un grande spazio aperto, parcheggi liberi ovunque, nessun finto parcheggiatore che chiede pagamenti insensati, bancarelle che vendono panini, maglie, magliette, e tanti ragazzi che ne approfittano per uno spuntino. Poi tutti in cammino verso l'ingresso del luogo che, almeno in apparenza, avrebbe dovuto ospitare il concerto di ieri sera. In realtà il posto designato era quello accanto, un po' più piccolo e anonimo del previsto. Poco male: un'occasione per gustarci la band in un concerto più "intimo" ^_^
Qualche minuto di attesa fuori al gelo, chi col cappotto, chi col maglione, chi con due felpe, chi in maniche corte e poi tutti dentro!
Non ero mai stato all'Estragon: per qualche motivo me lo immaginavo un posto enorme, capace di contenere migliaia e migliaia di persone entusiaste. Invece assomiglia più ad un capannone con spazi dedicati al guardaroba (averlo saputo prima....), alla vendita di gadget, di cibarie e di bevande. Su un lato lo schermo di un proiettore e dall'altro lato il palco. Vuoto.
In coda al bagno scopro che prima del concerto vero e proprio suoneranno due band. Uno dei miei amici di pipì conferma che "i xxx sono come i primi Nightwish, ma più scarsi". "Uhm", penso io, ma non mi faccio convincere.
Nel frattempo la gente continua ad affluire e la densità di capelli e barba pro capite sale fino a raggiungere soglie ragguardevoli. Il colore dominante è il nero (un'accostamento col metal che non ho mai ben compreso...perché non il rosso, voglio dire?) ma sopravvivono qua e là colorazioni clandestine. 
Alle 20.45 le luci scemano e sale sul palco la prima band spalla: i Vexillum. Una band power metal di giovani "toscanacci" che sta riscuotendo un discreto consenso sulla scena europea (d'altronde, in Italia, per il rock abbiamo Vasco Rossi, "eh già"....che merda...). Si dimostrano piuttosto energici e vitali, con sonorità discretamente convincenti e potenti, canzoni che prevedono grosso modo sempre il medesimo schema, una gran voce ad amalgamare il tutto e numerosi assoli. Di certo ne faranno di strada e auguro a loro un grosso in bocca al lupo! Per chi volesse apprezzare, oltre al materiale disponibile sul loro sito, segnalo Avalon!
Foto di gruppo per i
Visions of Atlantis
Attorno alle 21.30 il palco si spopola nuovamente. Ma il pubblico reclama, il pubblico impaziente vuole, grida, smania...e infine appaiono! Però non sono il gruppo richiesto ma il secondo gruppo spalla: i Visions Of Atlantis però non demordono e cominciano a farsi sentire. Austriaci, anche loro dediti al symphonic power metal, eterogenei nella forma e nella sostanza: si passa da un chitarrista piuttosto aitante ad un bassista più tarchiato e appesantito, poi ad un cantante compatto ma energico e infine ad una cantante piacevole e piacente. Il batterista invece era occultato da fumogeni e piatti per cui non so dire come fosse. Niente da eccepire dal punto di vista musicale: decisamente maturi e solidi nelle sonorità, variegati nelle melodie e con sonorità che richiamano, a tratto, i Nightwish. Tengono il palco per un'oretta buona facendosi molto apprezzare: l'unica pecca riguarda l'interazione con il pubblico che rimane un po' mutilata. D'altronde, italiani siamo e solo questa lingua parliamo e comprendiamo...Ad ogni modo, sul loro sito sono disponibili alcune loro canzoni mentre questa è "Lost".
Infine, alle 22.45 circa, arrivano loro: epici, sinfonici, orchestrali, potenti, metallici....i Rhpasody of Fire!!!
Dopo 9 anni, la band un tempo conosciuta semplicemente come Rhapsody, torna a calcare i palchi italiani e far emozionare con la propria musica nella loro patria. A livello mondiale sono stra-noti e apprezzati, ma da noi rimangono un fenomeno musicale poco conosciuto. Lo dimostra, probabilmente, anche la dimensione del concerto di ieri - saremo stati al massimo un migliaio di persone, credo - ma nulla di questo cambia l'affetto che dimostrano per loro i fans né tanto meno ha intaccato il loro carisma e la loro potenza melodica. In quasi 2 ore di concerto propongono numerosi brani del loro repertorio pescando sia dai primi sia dagli ultimi album, concedendo emozioni e interagendo con il pubblico, ringraziando costantemente per l'affetto dimostrato. Cazzo: siamo noi a dover ringraziare voi!!! 
Foto di gruppo per i
Rhapsody of Fire
Fabio Lione si dimostra in forma come sempre, con una potenza vocale non indifferente, e capace di giocare con il pubblico in una sorta di sfida canora: ok, la risposta da parte dei fans è stata discreta ma di certo lui è molto ma molto migliore e capace di modulare la voce e di giocare con le note. Un fatto che, d'altronde, si evince facilmente dalle canzoni che propongono!
Luca Turilli e Alessandro "Alex" Straropoli se ne rimangono invece un po' in disparte ma non per questo il loro contributo è minore o di qualità inferiore. Alex tra l'altro è "vincolato" alle tastiere e vittima di uno strano effetto "vedo - non vedo" a causa dei fumogeni e delle luci di scena. Tra l'altro, non mi ero mai reso conto di quanto muscolose fossero le sue braccia. Luca invece appare a tratti gasato ed esaltato, a tratti più modesto e concentrato sulla chitarra. Di tanto in tanto si sposta nelle retrovie o a raggiungere Dominique Leurquin, ottimo chitarrista di supporto che accompagna i Rhpasody in studio o nei concerti. Probabilmente non sarà un nome conosciuto come quello degli altri componenti della band, ma il suo contributo è impeccabile. E poi, si muove a tempo con il magrissimo Patrice Guers, bassista sempre attivo e in movimento sul palco e con un'espressione sul volto che lo fa sembrare "assatanato". Nel corso del concerto si concederà anche un momento personale per giocare con il suo basso ed estasiare il pubblico con melodie che richiamano quelle di "Profondo rosso"...anche se in realtà si trattava di parte del brano "Sacred Power of Raging Winds" dall'album "Symphony of Enchanted Lands II: The Dark Secret".
L'album "The cold embrace of fear"
Alex Holzwarth si dimostra invece una convincente macchina di guerra: infaticabile, potente, poderoso, suona la batteria con passione e notevole abilità. Anche per lui giunge, circa a metà concerto, il momento dell'assolo in una sorta di sfida con il pubblico: lui incita la folla, chiede consensi e acclamazioni. In cambio regala virtuosismi, assoli, mitragliate, corse selvagge con il doppio pedale sulla grancassa. In poche parole: spettacolare!
Inutile dire che ho apprezzato assai e assai questo concerto, soprattutto perché finalmente ho potuto ammirare dal vivo una delle band che mi ha iniziato ai piacere di certa musica. I Rhpasody li ho apprezzati sin dal primo ascolto, con le loro sonorità epiche e cavalleresche, martellanti e incalzanti, ma anche melodiose e poetiche, sempre suggestive e, talvolta, un po' cupe. Non so quando e se mi ricapiterà di assistere ad un loro concerto qui, in Italia, ma almeno conserverà nel cuore le emozioni vissute ieri. Vibrazioni, passione, forza che mi ha scosso dentro, entusiasmandomi e facendomi sentire "più vivo". Un grazie di cuore ai Rhapsody, dunque, ad una band che stimo e che, nonostante alti e bassi nella loro produzione, mi ha sempre concesso più che discrete esperienze sonore. Melodie e ritmi che, con l'ultimo album, sembrano essere tornate quelle di un tempo, quelle dei fasti che, all'inizio degli anni 2000, li hanno lanciati - e a ragione - nel panorama metal internazionale.
Grazie a voi e al lavoro in cui, con costanza e dedizione, vi impegnate!







domenica 20 febbraio 2011

..:: Calderoli 4 President!!! ::..

Di tanto in tanto ne approfitto per (s)parlare di politica, vittima, come tutti, di ciò che nel corso della settimana apprendo dal web e dai brandelli di telegiornale che riesco a captare.
Al di là che tendenzialmente leggo o sento notizie che mi fanno arrovellare le budella, con non poco impulso all'incazzatura scellerata, ci sono spesso validi spunti di riflessione che non possono che farmi meditare.
Questa volta, uno dei principali motivi di sorpresa è stato causato dalle affermazioni del buon Calderoli.
Roberto Calderoli
(e sì: sta indicando
proprio te!)
Premesso che non sono leghista, sono comunque sempre stato affascinato da questo fascinoso uomo politico, un pensatore controverso e perfetto esempio di quello che è, oggi, la politica nostrana.
Prima di venire al dunque, è d'uopo dedicare un po' di spazio ad introdurre per il meglio questa conturbante figura che la Lega è riuscita, in qualche modo, a plasmare a proporre alle masse.
Nato nel 1956, Roberto ha conseguito una laurea in medicina, con specializzazione in chirurgia maxillo-facciale. A metà degli anni 80 inizia la sua carriera politica come attivista della Lega, attività che conduce tuttora e grazie alla quale, nel corso degli anni, ha ricoperto pure la carica di Ministro.Per tre volte, se non erro.
Ora, se la matematica non è un'opinione, per laurearsi in Medicina ci vuole un bel po' di tempo per cui, ammesso che si sia laureato - diciamo - a 30 anni avrà lavorato in ambiente ospedaliero per almeno un 3 - 4 anni. Spero...
Questo per dire che, tutto sommato, stupido non lo dovrebbe essere né che sia totalmente a digiuno di esperienza lavorativa "reale" (anche se non son riuscito a trovare informazioni precise in merito, nemmeno sulla data di laurea).
Per cui, la sua affermazione (del 18 febbraio 2011) in merito a quanto deciso dal governo per il festeggiamento del 150-esimo anniversario dell'Unità di Italia mi ha lasciato quanto meno basito.
Riporto, dall'Ansa, quanto detto dal ministro per la Semplificazione: "Fare un decreto legge per istituire la festività del 17 marzo, un decreto privo di copertura (traslare come copertura gli effetti del 4 novembre, infatti, rappresenta soltanto un pannicello caldo), in un Paese che ha il primo debito pubblico europeo e il terzo a livello mondiale è pura follia. Ed è anche incostituzionale".
Se dovesse andargli male in politica,
almeno come attore di film d'azione
riscuoterebbe un discreto successo
Al di là del senso compiuto di codesta frase, quello che mi lascia sbigottito non riguarda l'opposizione al festeggiamento dell'Unità italian (d'altronde, va contro le idee sostenute dalla Lega. "Per noi patrioti padani questa data diventerà una giornata di lutto", dirà l'illustre pensatore Borghezio, avvocato) bensì il riferimento alle difficoltà economiche relative al nostro Paese.
Allora è vero: siamo un Paese profondamente indebitato! 
Di conseguenza, le priorità del governo dovrebbero essere la riduzione della spesa pubblica, il potenziamento dell'economia, il rilancio dei consumi e del mondo del lavoro!
Vai Calderoli! 
"Siamo stati un anno e mezzo senza che alle nostre aziende arrivasse un ordinativo e adesso che finalmente gli ordini arrivano, ecco qua, festa aggiuntiva, di giovedì, nel bel mezzo della settimana", continua poi il ministro "semplificato" scordandosi però che, in realtà, in Italia non c'è mai stata la crisi e che, se anche c'è stata, ne siamo usciti prima degli anni e, prima. Dal Vangelo secondo Silvio. E se la crisi è divenuta un fatto mediatico, quindi esistente, nel 2009 aggiungendo un anno e mezzo si arriva proprio a ridosso del 2011...ma almeno è finita, no? Che ne pensa Tremonti?
Ad ogni modo, caro il mio dolce e moderato Calderoli, hai centrato il problema: è ora di mettere in luce quali sono le reali questioni di interesse nazionale! Vai con le magliette contro l'Unità! 
D'Italia, intendo.
Ma oltre a ciò, dimmi Roberto, perché non hai protestato affatto sul fatto che, proprio in data 18 febbraio si è discusso di riforma della giustizia? Se sono altri i problemi del Paese non avrebbe senso dedicarsi ad altre questioni anziché indugiare ancora e ancora sulla giustizia che, seppure menomata, ferita e limitata, tenta di garantire il mantenimento di un certo livello di legalità?
E perché, spiegami, non hai nemmeno protestato contro la decisione del ministro Frattini di fornire, subito, 5 milioni per arginare il problema dell'immigrazione tunisina? Per inciso: soldi promessi a chi e per quale progetto? Forse perché si tratta di capitali chiesti all'Europa, e che probabilmente incrementeranno il debito che già abbiamo?
Infine, quanti soldi hai speso tu stesso per organizzare il rogo delle leggi inutili (che tu, certamente conosci alla perfezione, essendo medico...) nel marzo di quest'anno? Sempre meno di quelli che la regione Lombardia (non Roma ladrona) sgancia per Renzo Bossi e Nicole Minetti, o che l'Italia sborsa per le auto blu. 
Ma oltre a ciò, e se approfittando delle festività del 17 marzo "lavorassero" tutti quelle realtà connesse col turismo, con la gastronomia, con l'arte? 
Addirittura potrebbero venir organizzate fiere ed eventi, proiezioni di documentari e filmati storici, no? 
Calderoli in un'intervista al Tg5
(spero non relativa all'economia..)
Perché quindi ogni attività economica che non sia più o meno connessa con la Fiat (che a gennaio registra un -20% nelle vendite...strano che la gente non acquisti 2 o 3 auto all'anno...) deve essere dimenticata e non sostenuta? 
Quanto all'incostituzionalità del decreto legge, se è per quello che dire della legge "Porcellum" o di tutto lo sforzo che, Lega e non solo, stan facendo per promuovere la devoluzione senza fornire al popolo dati reali e concreti su cui ragionare. E se poi si finisse con l'avere uno scenario insostenibile e "arricchito" di tasse? 
Per fortuna però, forse in previsione di ciò, dall'alto giunge un po' di solidarietà e lungimiranza: è sempre di Calderoli infatti la proposta di ridurre (del 5%) lo stipendio di ministri e parlamentari. Risulta però una notizia di cui non ho più sentito alcunché ma, teoricamente, è stata votata e attuata: "Evviva", è infatti stato il commento del ministro dopo l'approvazione della manovra.
Della serie, sarà arrogante e ottuso come pochi, ne dirà e farà di cazzate ignominose (basta pensare al putiferio scatenato dalle sue magliette sull'Islam: in fondo lui è un devoto cristiano che si è sposato con rito celtico), ma ogni tanto qualcosa "c'azzecca".





sabato 19 febbraio 2011

..:: L'ultimo rap ::..

Titolo: L'ultimo Rap
Autore: Miriam Mastrovito
Editore: AutoriInediti
Genere: narrativa
Pagine: 154

La trama in breve:
Siamo nel 2048. Per le strade di Burlandia si aggira una voce inquietante: qualcuno possiede una Macchina della Verità in grado di smascherare con precisione qualsiasi bugia. Volponi, presidente del consiglio interessato a custodire terribili segreti di stato che minerebbero il suo potere. Gli Incappucciati, mentitori per necessità, intenzionati a difendere la loro privacy. Sara e Basquiat, due adolescenti determinati a scoprire la verità su Rancore, il famoso rapper misteriosamente scomparso mentre si accingeva ad incidere il suo nuovo cd. Questi i principali attori di tre diversi percorsi di ricerca destinati ad incrociarsi. Suspence, colpi di scena e rivelazioni mozza fiato, travolgeranno il lettore in una caccia al tesoro a ritmo di rap. (fonte autoriinediti)

Il mio commento:
Premetto che, della stessa autrice, ho letto qualche tempo fa "Il mendicante di sogni", libro edito nel 2009 e che, a mio avviso, rappresenta un passo avanti per la scrittrice in questione.
L'ultimo Rap è invece un po' meno recente, del 2007 secondo quanto riportato nel testo che è transitato per le mie mani nell'ambito della catena di lettura avviata su MondoParallelo.
La copertina è secondo me piuttosto azzeccata, in linea con il contenuto dell'opera e, per certi versi, provocatoria. Un richiamo ai graffiti che danno anima e colore a certi muri e pareti altrimenti desolatamente condannati all'anonimato. Un'arte che può dimostrarsi originale e creativa anche se non sempre compresa. Soprattutto perché non sempre i "graffittari" si dedicano a pareti e spazi appositamente pensati per loro ma, scivolando nel vandalismo, si rivolgono a muri pubblici.
Comunque sia, l'immagine proposta, assieme al titolo, inquadra bene il contesto e l'ambientazione scelti per la storia narrata. 
Quanto allo stile utilizzato, credo di non aver particolari note da riportare: è scorrevole, piacevole e non monotono. Non ho nemmeno riscontrato intoppi in termini di errori grammaticali e ripetizioni, salvo qualche inconveniente in merito a spaziature e lettere desaparecide. Il romanzo, dal punto di vista dell'editing, si è rivelato piuttosto buono sebbene affetto da piccoli difettucci.
Sulla rilegatura e il contenuto in sé, invece, ho un po' da dissentire. 
Venendo a quest'ultimo, seppure io possa anche accettare il fatto che il testo è stato scritto per un pubblico di adolescenti, credo che ci siano parecchie ingenuità e semplificazioni. In primis, non mi trovo molto d'accordo con il considerarlo "urban fantasy" come da qualche parte ho trovato indicato. Non vi è traccia di magia o di sovrannaturale. Nemmeno la scelta di aver collocato le vicende nel 2048 ritengo sia stata "tattica" soprattutto perché nel corso della storia i riferimenti tecnologici vanno a soluzioni che, pur ora, non sono propriamente attuali: "Basquiat", uno dei personaggi del testo, rimprovera Sara che ha un ipod e non un lettore cd con il quale avrebbero potuto ascoltare il disco fatto loro trovare da un certo "Winston". 
In realtà, il riferimento al 2048 è un omaggio al romanzo "1984" di George Orwell (t'oh, l'ultimo libro che ho letto prima di questo...) così come altri elementi disseminati qua e là nella storia. 
L'intreccio è comunque originale e interessante, con costanti riferimenti al mondo del ghetto, del rap, dei media e della politica: tutti alla ricerca della "macchina della verità", chi per cambiare il presente chi per preservare le menzogne che gli permettono di vivere. Sotto questo punto di vista ho apprezzato il romanzo, così come mi è piaciuto l'invito, implicito e non, che viene rivolto al lettore in modo che sia sempre critico, vigile, attivo nella ricerca della conoscenza. Ovvero della verità.
A lasciarmi più perplesso sono invece le dinamiche che concorrono allo sviluppo: i personaggi sono un po' troppo ingenui e semplici, sia la giovanissima Sara (che, una notte, scappa di casa fidandosi delle parole di un tipo ignoto conosciuto in una chat, si unisce al primo grafittaro che incontra il quale la porta, prima, nel suo covo, poi a spasso per il mondo, senza soldi, senza certezze, dormono all'adiaccio all'interno di vagoni abbandonati...e non hanno manco uno smartphone per connettersi al web...), sia il rapper Rancore (sarà Eminem? O fabbri Fibbra?) sia la setta degli incapucciati (...che sono in 4...interecettano una mail di Sara e via a seguirla...ed è tutta gente con un certo grado di istruzione...con una famiglia, un lavoro...mah...) e, non da ultima, la società intera. Il motore degli eventi è infatti riconducibile alla presenza di una fantomatica "macchina della verità" che rischierebbe di dilaniare il sistema e che un tizio ignoto ha detto (dove come quando e perchè) di possedere. 
Senza nemmeno fornire una prova. 
Semplicemente, l'ha scritto in un blog (ad esempio), e tutti a credergli. 
E questo, a mio avviso, è piuttosto ostico da accettare.
Soprattutto se il tutto si svolge nel 2048 dove, spero, internet esiste ancora e ogni informazione è facilmente ricercabile e verificabile.
Nel complesso, quindi, concedo la sufficienza al romanzo in questione ma non molto di più, anche perché so che l'autrice può fare molto meglio.
Tra l'altro, non perché pensato per un pubblico di minorenni, si deve finire con il credere che questi siano gli unici lettori che sceglieranno di accostarsi al testo o di accettare quanto narrato senza porsi quesiti e dubbi. 

giovedì 17 febbraio 2011

..:: Barbarossa ::..


Titolo: Barbarossa
Regia: Renzo Martinelli
Anno: 2008
Genere: drammatico - storico
Cast: Rutger Hauer, Raz Degan, Kasia Smutniak, Hristo Shopov, Cécile Cassel, Antonio Cupo, Angela Molina, F. Murray Abraham, Gian Marco Tavani

La trama in breve:
Anno 1158. Nelle campagne intorno a Milano un ragazzino, Alberto da Giussano, salva la vita a un cavaliere che gli donerà un pugnale: è l'imperatore Federico I di Hohenstaufen. Il giovane Alberto torna dalla famiglia mentre Federico si sente dire da una veggente che la falce gli procurerà la sconfitta e l'acqua la morte. Alberto, cresciuto, si innamora di Eleonora considerata una fanciulla strana e in grado di ‘sentire' ciò che accadrà. Federico invece porta all'altare la sposa bambina Beatrice di Borgogna e avverte come ineludibile l'esigenza di sottomettere i liberi comuni italiani a partire da Milano che verrà assediata e rasa al suolo anche grazie al tradimento del milanese Siniscalco Barozzi. Alberto vede morire i fratelli e tenta di uccidere l'imperatore che, riconosciuto in lui il suo salvatore di un tempo, lo lascia libero. Alberto però non demorde. (fonte mymovies)

Il mio commento:
Ho visto recentemente questo film, assieme a Silvia con la precisione. Non sapevamo cosa scegliere, non volevamo né un film troppo complicato, né troppo demente, ma qualcosa di interessante e particolare. Alla fine abbiamo optato, insieme, per questa produzione nostrana. 
Barbarossa (Rutger Hauer)
Non sono molto ferrato in storia, lo confesso, però mi ha fatto piacere assistere ad uno spettacolo che parla della storia italiana. Pur non vantando i medesimi investimenti che garantiscono la buona resa dei numerosi polpettoni hollywoodiani, il risultato ottenuto dal punto di vista delle immagini, delle ricostruzioni storiche, dei costumi e del trucco sono buone.
Il tutto risulta verosimile anche se, purtroppo, non conoscendo molto la storia di Federico I del Sacro Romano Impero non saprei dire se magari ho preso per buone castronerie che invece qualche spettatore più istruito e dotto avrebbe facilmente smascherato (della serie, quel soldato con l'ipod....uhm...).
Uno dei dubbi che più mi hanno arroventato il cervello (non riguardo all'ipod, comunque) riguarda proprio il titolo in sé del film: chiamandosi "Barbarossa" mi sarei aspettato qualcosa di maggiormente incentrato sul sovrano tedesco, qui interpretato da un Rutger Hauer discretamente in forma (e che non invecchia mai...gli altri sì, lui no...). Lo spazio riservato all'imperatore e alle dinamiche che lo riguardano è discreto, non lo nego: vengono messi in evidenza il rapporto con la moglie, con i propri collaboratori (a proposito, leggo su wikipedia che il fido Rainaldo di Dassel era un ecclesiastico, mentre nel film sembra più un consigliere di guerra...) e con altre faccende tipicamente da nobili (interferenze nella nomina del papa, tassazione selvaggia dei sudditi lombardi, vendetta cruenta verso coloro che lo contrastano...), ma senza indagare molto a fondo. Soprattutto, il sovrano "esiste" e basta: non importa conoscere particolari legati alla sua infanzia, all'educazione ricevuta, alle lotte per l'ascesa al trono...l'unico episodio degno di nota sembra esser riconducibile ad un evento di caccia, funzionale per introdurre l'incontro - fatidico e predestinato - con l'eroe di turno.Un bambino, falegname (ehi...anche Gesù inizialmente...) abilissimo con la balestra e che gira indisturbato nell'area di caccia del sovrano...uhm....
Alberto Da Giussano (Raz Degan)
L'intreccio invece sembra indugiare con maggior enfasi su altri personaggi e particolari. Su Alberto da Giussano, ad esempio, interpretato da un barbarico Raz Degan (anche se non ne ho le prove, credo che la sua partecipazione al film sia uno dei motivi per cui Silvia abbia votato per questo film ;-P ), sulle sue gesta e sullo strano rapporto che lo lega al sovrano straniero; sulla gnoccolosa Eleonora, compagna di Alberto con il quale vive una storia travagliata, anche a causa delle doti di preveggenza che la fanciulla sembra possedere dopo esser sopravvissuta ad un fulmine (motivo per cui viene prima additata come strega e poi....arruolata nell'esercito sotto mentite spoglie...uhm...); sull'ambiguo e viscido siniscalco Barozzi, a cui è l'inossidabile F. Murray Abraham a prestare un volto.
Tra l'altro, la maggior parte dei ruoli principali sono ricoperti da attori stranieri...sarà un caso? 
Comunque sia, dicevo, l'intreccio procede in modo non molto rigoroso, tentando di fornire una visione d'insieme degli eventi ma con il risultato di fornire una storia approssimativa e con numerosi "salti" da un contesto ad un altro. Indubbiamente non si trattava di un'impresa facile ma, credo, alcune scelte rimangono molto discutibili: come ha fatto Alberto ad entrare e ad uscire dal campo con così tanta facilità? Non poteva farlo prima e salvare Milano? E poi, perché l'esercito nemico non ha semplicemente aggirato le difese poste dinnanzi alla città? E a cosa serviva la scena del ritrovamento del "sepolcro dei re magi"? Infine, chi è il genio che ha scelto il font ed il colore dei caratteri dei testi che compaiono nel finale con il risultato che risultano praticamente illeggibili?
Eleonora (Kasia Smutniak)
Ma oltre a tutto ciò, qual è il reale messaggio che si nasconde dietro a questo film? Subdola propaganda leghista? In fondo, mostrare al pubblico che la lega dei comuni lombardi ha radici storiche serve a rafforzare l'identità padana. Poco importa se a dare un volto a questi avi illustri sono però stranieri che, pure nel mondo del cinema, vengono a rubare il lavoro agli italiani... 
Anche su questo fronte, comunque, il film appare un po' deludente e poco solido. Sembra infatti che a decidere delle sorti dell'Italia intera (a proposito, perché il consigliere di Barabarossa sottolinea il fatto che la strada per la Sicilia passa per Milano? Scendendo dal Brennero e facendo la Romea, non si evitava strada inutile attraverso il Trentino e mezza Lombardia?) siano pochi valorosi che si ritrovano a botta sicura in luoghi segreti - 2 posti, in realtà, un bosco e una specie di taverna... - nonostante siano stati dispersi in 6 direzioni diverse. Per carità, magari è andata proprio così, però il tutto viene proposto in modo un po' troppo immediato e semplicistico. Così come anche le strategie adottate dal sovrano germanico.
In conclusione, seppure la locandina e il soggetto possano indubbiamente esercitare un certo fascino, come la partecipazione di attori più o meno conosciuti (e se non sapete chi è Rutger Hauer...), non mi sento di promuovere più di tanto codesto film se non per gli amanti di sequenze belliche medievali, qui arricchite dalla presenza di numerose macchine da guerra e da un discreto gusto per le scene sanguinolente.


domenica 13 febbraio 2011

..:: L'animo spaziale ::..

Titolo: L'animo spaziale
Autore: Massimo Baglione
Editore: Il Mio Libro
Genere: fantascienza
Pagine: 192

La trama in breve:

Tributo alla Space Opera
L'Animo Spaziale è un tributo alla space opera. Contiene una raccolta di racconti (2 lunghi e 6 brevi) dell'autore Massimo Baglione, ambientati nella fantascienza spaziale. Prodotto da www.braviautori.it

Il mio commento:

Propongo anche qui il commento che ho inserito su MondoParallelo al termine della lettura di questo testo, sempre nell'ambito di una delle catene promosse sul forum.
Premetto che, di Asimov, ho letto davvero poco. Praticamente solo Abissi D'acciaio, lettura più che apprezzata tra l'altro
Partendo dal titolo, credo sia piuttosto azzeccato e in linea con quanto proposto dall'antologia di racconti. Inquadra bene l'ambito fantascientifico ma non rivela troppo
Nulla da eccepire nemmeno sulla copertina: sobria ed evocativa a sufficienza. Buona la scelta degli elementi proposti e delle colorazioni utilizzate. Fornisce già alcuni elementi utili ad inquadrare l'ambientazione e le vicende narrate. Al contempo non risulta né eccessiva né fuorviante.
Lo stile con cui sono narrate le vicende è piuttosto buono, scorre via piacevolmente, senza annoiare. Molto schietto e pragmatico, tendente più che altro a emergere attraverso i dialoghi piuttosto che tramite descrizioni e introspezioni. Attenzione comunque a tre aspetti in particolare:
- l'utilizzo dei verbi (da verificare e correggere in alcuni casi)
- la vaghezza
- modi di dire ed espressioni "colloquiali".
Quanto alle semplificazioni e alla vaghezza, credo sia più il frutto di inesperienza e "fretta" (in senso buono) di concludere i lavori. Credo invece che convenga, soprattutto in ambito fantascientifico, andar cauti ed essere pazienti, soprattutto per non deludere le aspettative dei lettori e per evitare l'effetto "superficialità" che si avverte. Mi riferisco in particolar modo a tutte quelle situazioni in cui ci si imbatte in: è successo qualcosa, ha premuto un pulsante, c'era un qualche problema...
Attenzione infine alle espressioni colloquali che tendono ad abbassare la tensione e a riportare il lettore ad una dimensione terrena e presente più che a lasciarlo nel mondo fantascientifico in cui, invece, dovrebbe trovarsi immerso.
In generale, per quel che mi risulta, si è trattato di una gradita lettura: la passione per Asimov e per le ambientazioni futuristiche e fantascientifiche si avverte, eccome, però non basta a rendere l'antologia un'opera completa. Credo infatti che quanto proposto sia, in realtà, solo un punto di partenza su cui lavorare per arrivare alla completezza. Una sorta di canovaccio da arricchire con descrizioni, caratterizzazioni dei personaggi, approfondimenti sull'evoluzione tecnologica ecc...
In particolar modo, spesso i racconti tendono a proporre dinamiche rapide e immediate che rischiano di essere poco credibili e che rischiano di disincentivare alla lettura.
Penso ad esempio alla facilità con cui si instaurano i rapporti di amicizia nei primi tre racconti, a come sia facile devastare ecosistemi alieni o accettare missioni potenzialmente mortali in pianeti sconosciuti...tanto, basta atterrarre in una stazione a caso e incontrare, t'oh, la persona giusta... meno male che c'era la copertura 
Attenzione poi all'uso di abitudini e cibi e bevande attuali in un contesto fantascientifico spinto. Per dire, non sono così convinto che tra migliaia di anni sia ancora così facile trovare tabacco da rollare e fumare. Oppure vino italiano. Che poi, a dirla tutta, non considero queste scelte come errori ma come dimostrazioni di affetto per le usanze nostrane (anche se penso ugualmente che siano un po' discutibili).
Poi, per quanto riguarda i racconti in sè, credo di aver apprezzato soprattutto la trilogia iniziale e "Chiudi sessione". Quest'ultima mi è piaciuta per la vena critica e polemica verso la nostra nazione. La trilogia invece perchè credo sia la parte più consistente e riuscita dell'antologia anche se, come già accennavo, molto semplicistica. Credo comunque che lavorandoci su, arriccendola, se ne possa ricavare qualcosa di molto più avvincente e succoso, capace di risultare davvero un omaggio significativo alla produzione Asimoviana.
L'invito quindi che mi sento di dare è quello di rimboccarsi le maniche e ritornare sul testo, su tutti i testi, con grinta e caparbietà, per limare e sistemare, ottimizzando intrecci e caratterizzazioni al fine di esplicitare al meglio l'animo spaziale nascosto tra le righe. 

giovedì 10 febbraio 2011

..:: Fratelli in erba ::..

Titolo: Fratelli in erba (Leaves of Grass)
Regia: Tim Blake Nelson
Anno: 2009
Genere: commedia
Cast: Edward Norton, Keri Russell, Richard Dreyfuss, Susan Sarandon, Josh PaisTim Blake Nelson

La trama in breve:
I fratelli Kincaid sono due, Bill e Brady (entrambi interpretati da Edward Norton), gemelli assolutamente indistinguibili ma solo per quel che riguarda l'aspetto fisico. Infatti mentre uno è scappato dalla cittadina di provincia in cui sono nati, ha duramente rimosso il forte accento ed è diventato professore universitario di filosofia antica, l'altro ha conservato sia il luogo di residenza che l'accento (di cui non c'è ovviamente traccia nell'edizione italiana che appiattisce qualsiasi differenza linguistica al pari del lavoro fatto da Norton per rimarcarle) e ora ha messo in piedi una florida coltivazione di marijuana e il relativo commercio illegale. Le loro vite tornano ad incrociarsi quando il secondo richiama il primo nel paese natale inscenando la propria morte. Il vero obiettivo è convincerlo a sostituirsi a lui per un giorno, in modo da avere un alibi perfetto per il crimine che ha in mente di commettere. (fonte mymovies)

Il mio commento:
Billy e Brady, entrambi
interpretati da
Edward Norton 
Per qualche assurdo motivo, sarà il trailer, sarà la stravagante traduzione italiana del titolo, sarà per come è stato presentato il film nel periodo in cui è uscito, mi aspettavo un film scanzonato e divertente.
Una commedia spicciola, senza tante pretese, magari un po' banale e con qualche gag.
In effetti avrei dovuto ipotizzare uno scenario differente già dalla "doppia" partecipazione di un attore come Edward Norton, che per altro apprezzo assai e assai (e gli perdono pure di aver interpretato Bruce Banner nell'ultimo film dedicato a Hulk....probabilmente anche la nota star statunitense ha un mutuo sul groppone come molti altri suoi colleghi...).. 
Il film risulta infatti tutt'altro che scanzonato: presenta invece un intreccio che sa di drammatico, dove non si sprecano colpi di scena violenti, in cui si respira una certa dose di sconfitta. Ci sono personaggi più che discreti, altri appena appena accennati ma che si rivelano originali o comunque caratterizzati (la poetessa che pesca a mani nude tanto per citarne una, o il dentista ebreo sommerso dai debiti), indubbiamente funzionali per lo svolgersi degli eventi narrati. E in merito a ciò, gli ingredienti per la disfatta e per il fallimento ci sono eccome, così come la possibilità che il piano ideato da Brady Kincaid vada per il meglio sono concrete: tutto però sta nell'imprevedibilità della vita. 
Brady e il fido Bolger
(Tim Blake Nelson)
Tutto può cambiare, tutto può rivelarsi sbagliato, ogni cosa può assumere una prospettiva diversa in virtù degli eventi che l'hanno preceduta: in questo senso "Leaves of grass", titolo che ammicca alle FOGLIE d'erba coltivata da Brady ma che si rifà anche alla caducità dell'esistenza umana ("Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie", direbbe il buon Ungaretti) oltre che essere un omaggio alla celebre raccolta poetica di Walt Whitman (lo so, non è farina del mio sacco ma navigando si imparano un sacco di cose...senza scordare che pure nel film Janet recita un'opera del poeta statunitense) riesce a trasmettere ottimamente il proprio messaggio. Accompagnato da una discreta colonna sonora e da un'ambientazione ammiccante al country, la visione coinvolge e trascina lo spettatore in una spirale di eventi degna di certi film dei Coen. 
Janet (Keri Russell) assieme
a Billy Kincaid
La carriera di un ottimo professore accademico a rischio, la lotta per la sopravvivenza della propria famiglia, i contrasti tra mondi e persone distanti tra loro, le difficoltà di relazione tra familiari, la ricerca di riparare al male perpetrato, il sacrificio di sé, l'affrontare il proprio passato, la rinuncia di un comodo presente in favore di un ritorno alle origini o di un tentativo di espiazione... sono varie le chiavi di lettura proposte dal film, rilevabili secondo la propria sensibilità. Ci sono poi spunti filosofici, discussioni sull'esistenza di Dio, poesia o, addirittura, si potrebbe approfittare della visione solamente per qualche appunto sull'avvio di una piantagione di marijuana grazie al progetto organizzato dal geniale Brady (attenzione: potrebbe non essere legale, a meno che non siate protetti da immunità parlamentare!). Questo personaggio poi, che funge da motore che muove gli eventi, fornisce poi un'ulteriore spunto di riflessione in merito al significato di felicità e soddisfazione personale: la sua non è certamente un'esistenza esemplare, sospesa tra il crimine e la vita domestica, eppure si preoccupa per la propria madre e, a modo suo, anche del proprio fratello. Senza giudicare o pretendere di essere compreso fino in fondo: vive e basta.
Malgrado ciò più di qualche difetto lo si può ugualmente riscontrare, soprattutto nel constatare la facilità con cui certi atteggiamenti cambiano (penso ad esempio all'immediata resa di Billy di fronte all'insistenza del fratello che gli propone di fumare un po'...o alla storia d'amore che si instaura tra Billy e e Janet nell'arco di poche ore), come certe dinamiche scivolino un po' troppo rapidamente (piccolo il mondo,anche se siamo nel bel mezzo dell'Oklahoma!) o sul fatto che il background dei personaggi è poco indagato (come mai i due gemelli si son persi di vista se erano tanto legati? E il rapporto con la madre?). Quasi che tutte le esistenze cominciassero assieme. 
Di nuovo Brady e Bolger...
Tutto sommato il risultato complessivo è, a mio avviso, soddisfacente. Poi, come sempre, è questione di gusti: c'è chi lo troverà sconclusionato, chi difficile da inquadrare (né commedia né dramma...), chi noioso...
Per quel che mi riguarda, un'occasione gliela darei. Soprattutto se siete fan di Edward Norton, amanti dei film in cui l'attenzione è focalizzata sulla storia e i personaggi e non sugli effetti speciali o, più semplicemente, appassionati di fotografia (in quest'ultimo caso, credo, le immagini del finale non potranno che essere di vostro gradimento).
Certo, magari sarebbe andata meglio con un doppiaggio più accurato e maggior attenzione nel proporlo qui da noi ma, così è la vita...



domenica 6 febbraio 2011

..:: 1984 ::..

Titolo: 1984
Autore: George Orwell  (vero nome Eric Arthur Blair)
Editore: Mondadori
Genere: distopico
Pagine: 336

La trama:
L'azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l'anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Al vertice del potere politico in Oceania c'è il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona ma di cui ovunque sono visibili grandi manifesti. Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un'esistenza "sovversiva". Scritto nel 1949, il libro è considerato una delle più lucide rappresentazioni del totalitarismo. (fonte IBS)

Il mio commento:
Probabilmente qualunque mio commento al romanzo risulterà quanto mai indegno e limitato. Si tratta senza ombra di dubbio di un ottimo testo, molto forte e capace di scuotere e far riflettere. Non a caso è considerato il romanzo distopico per eccellenza e, a detta di molti, dovrebbe essere presente in ogni casa e fatto leggere e a ogni studente.
Non si tratta di certo di una lettura banale e leggera anzi, si tratta di un'esperienza per il lettore che lo porterà a porsi e a trovare risposte su molte dinamiche che regolamentano la vita sociale-economico- politica di ogni tempo. Quella tratteggiata in 1984 - ricordo che il romanzo è stato scritto nel 1948 - è infatti una società incubo che devasta e annichilisce l'individuo, un mondo chiuso dove il regime totalitario riduce l'esistenza a mera e semplice omologazione. A tutti i livelli intendo: non esiste la libertà di pensiero, di vivere sec
Manifesto che ritrae
il "Big Brother"
ondo regole non in linea con il volere del partito, non esiste libertà di amare e le emozioni stesse sono controllare e veicolate. Basti pensare ai "2 minuti di odio", una pratica fortemente mediatica tramite la quale i cittadini della nazione vengono coinvolti per esprimere il loro disprezzo e il loro odio rancoroso verso "il nemico", la causa di ogni male, l'antagonista del partito e del "Big Brother". Difficile non pensare ai video di Bin Laden (tanto di modo qualche anno fa...) o a quello che mediamente accade nei nostri telegiornali quotidiani dove viene mostrato al volgo "il nemico", "il criminale", "lo straniero" così che le persone lo identifichino come l'oggetto dell'odio e vengano distratte da chi, invece, li plagia e li obbliga ad un'esistenza misera e deplorevole. 
Pure la stessa realtà non è affatto oggettiva: cambia in continuazione persino il passato secondo esigenze propagandistiche e di comodo del partito. Se qualche tempo addietro si è verificato un fatto che contrasta con la versione fornita/necessaria oggi è sufficiente cambiare ogni riferimento all'evento del passato per ripristinare un ordine e una coerenza funzionale al volere del "Big Brother" (ammesso che esista...) e del partito. Controllare il passato per determinare presente e futuro, insomma. Ignoranza che rende schiavi, cioè liberi secondo il bipensiero predicato dal partito. Ed è ciò che spesso accade quando, nel nostro presente attuale, le verità divengono relative, i fatti descritti in modo di parte. Per fare un esempio: migliaia e migliaia di persone che protestano pacificamente al G8 oppure a Roma per la riforma Gelmini e qualche decina di questi che agisce violentemente spacca negozi e devastando la città. Quali di questi gruppi fa più notizia? Dove si concentra l'attenzione mediatica? Come viene percepita allora la protesta da parte del popolo di fruitori di giornali e televisione? Cosa finiranno per pensare. 
Esattamente come dicevano i Depeche Mode (e non escludo che abbiano scritto ciò dopo aver letto 1984) in New Dress: "Non puoi cambiare il mondo / Ma puoi cambiare i fatti / E quando cambi i fatti / Cambi [i] punti di vista / E se cambi [i] punti di vista / Puoi cambiare un voto / E quando cambi un voto / Puoi cambiare il mondo"  (qui il testo completo).
Ma il romanzo va oltre a tutto ciò, non si limita a delineare i contorni e le dinamiche che regolamentano il regime totalitario descritto al suo interno, compresi i controlli che avvengono per mezzo della psico-polizia e dei teleschermi (analoghi ai nostri televisori con la sola differenza che, oltre a trasmettere, permettono a chi sta "dall'altro lato" di controllarvi e comandarvi). Indugia invece sul protagonista, sugli eventi che lo riguardano, sui suoi pensieri sovversivi, sul suo conflitto interiore di mantenersi "consapevole" e sovversivo malgrado l'apparenza di asservita omologazione alla massa. Ancor più drammatica e sofferta è poi leggere della sua storia d'amore con Julia, clandestina, criminale, reazionaria. Un legame che non dovrebbe nemmeno esistere (visto che il partito impone la castità per controllare anche le pulsioni sessuali del popolo) e che, da solo potrebbe far condannare entrambi. Cosa che poi (ATTENZIONE allo spoiler) accade per condurre la narrazione alla terza parte del romanzo. Quella che più ho trovato complessa e geniale, acuta seppure cinica e perversa in modo agghiacciante. Tortura e sevizie che procedono per pagine e pagine al fine di piegare il corpo e la mente di Winston all'obbedienza, per purgare l'eresia (non l'eretico, badate bene) dalla società perfetta costruita dal partito. Un processo lento e inesorabile portato avanti nelle celle del ministero dell'amore, un nome non scelto a caso ma che calza a pennello. Tutto ciò che allontana Winston dal Big Brother e dal partito è, in un certo senso, odio; è quindi necessario riconvertirlo, fargli abbandonare ogni stimolo, ogni riflesso, anche la più insignificante idea di andare "contro" affinché egli possa essere ricondotto all'amore per ciò che il partito stesso e il Big Brother sottintendono. 
Il finale pessimista mi ha lasciato davvero sgomento: sapevo che non sarebbe andata a finire bene eppure in un certo senso leggere dell'inevitabile sconfitta dell'individuo di fronte al sistema fa comunque parecchio male all'ego. E' una consapevolezza che annienta ma in merito alla quale, spero, ci sia ancora margine di speranza.
George Orwell
(somiglianze col Big Brother?)
Molto apprezzabili poi le pagine finali dedicate alla neo-lingua che aiutano a caratterizzare meglio e, al contempo, facilitano la comprensione del mondo di 1984. Senza scordare che la lingua è il tramite per tramandare la conoscenza, il sapere, il passato che le implicazioni legate alla manipolazione del linguaggio sono davvero molte. Basti pensare alla dicitura "aromi naturali" presente sulle etichette di alcuni cibi che serve a semplificare e ad evitare di indicare ciò che realmente c'è dentro. Oppure alla parola "libertà".
L'eredità di 1984, infine, si rispecchia in numerose opere, sia di stampo fumettistico che filmico, addirittura Half life 2 (videogame della Valve) mostra uno scenario metropolitano che, per certi versi, può essere ricondotto all'opera di Orwell. 
Se invece qualche difetto lo si deve cercare, ecco, mi sento di segnalarne due. Il primo riguarda la poca chiarezza (o forse nel testo è comprensibilissimo ma la mia mente assonnata e bacata non è stata capace di coglierlo) riguardo al trascorrere del tempo. Soprattutto leggendo la terza parte i riferimenti temporali relativi agli eventi narrati in quelle precedenti mi son sembrati vaghi: si parla infatti di anni, addirittura 7 e poi 11 anni...sarà.
Oltre a ciò, ma qui è da capire se si tratta dell'opera in sé o dell'adattamento, ci sono così tante e ossessive ripetizioni di nomi che talvolta ho rimpianto i pronomi relativi o le perifrasi. Soprattutto nella terza parte dell'opera dove O'Brien e Winston vengono proposti davvero troppo spesso, anche a distanza di poche parole dalla precedente indicazione.
In conclusione, un testo che consiglio vivamente a tutti (anche ai "prolet" interessati unicamente alla Lotteria e che sembrano indifferenti a chi li comanda e determina il tempo che vivono) e che, al suo interno, sebbene sia stato scritto circa una sessantina di anni fa, contiene numerose riflessioni che possono aiutare a comprendere la nostra stessa società attuale. Soprattutto quando Winston legge quello che dovrebbe essere il libro di Goldenstein, pagine nelle quali emerge l'acume dell'autore (Orwell, intendo) nel riportare talune caratteristiche che delineano la società umana.Quella di sempre, intendo.


venerdì 4 febbraio 2011

..:: Predators ::..

Titolo: Predators
Regia: Nimród Antal
Anno: 2010
Genere: Azione, Horror, Sci-fi


La trama in breve

Nelle dinamiche sequenze di apertura assistiamo al risveglio di Royce, un duro e laconico mercenario, che riprende conoscenza in volo mentre precipita a corpo libero verso il suolo. Superato il panico iniziale il militare riesce a riacquistare il controllo della situazione e a rovinare pesantemente tra la folta vegetazione di una giungla che gli risulta ignota. Sopravvissuto all’impatto non avrà però il tempo di orientarsi e capire cosa gli è accaduto: si troverà prima coinvolto in un diverbio con un tizio piuttosto adirato, esponente della criminalità messicana, e poi sotto tiro da parte di un imponente soldato est europeo armato di mitragliatore pesante. Ciascuno di loro non riconosce la zona in cui si trovano né come vi siano giunti, ma quando incontreranno altri che, come loro, sembrano essere piovuti dal cielo comprenderanno di non essere su territori noti. Vagando tra la vegetazione, alternando momenti di fredda razionalità a tensione e violenza, anche per via della presenza di un incontrollabile quanto pericoloso criminale ricercato dal FBI e prossimo all’esecuzione capitale, il gruppetto scoprirà di non essere al centro di test comportamentali o simulazioni belliche a fini di qualche ricerca segreta. 
Royce e Isabelle
Addirittura non si trovano nemmeno sul pianeta Terra: gli strani animali che incontrano ma soprattutto il cielo, e i corpi celesti che lascia intravedere, non sono certamente quelli scrutabili dalla superficie terrestre. Quando poi l’eterogeneo manipolo di perfetti assassini - completato da un elegante yakuza, una soldatessa israeliana, un guerrigliero dalla Sierra Leone e da un medico piuttosto disorientato - incontrerà i responsabili della convocazione sul pianeta alieno, capiranno di esser stati scelti come prede per una caccia mortale, organizzata e condotta da una bellicosa razza di extra terrestri antropomorfi: i possenti Yautja, meglio conosciuti come Predator.

La figura del Predator

Dopo il primo, storico, film del 1987 che vedeva Arnold Schwarzenegger nei panni del protagonista, la figura del Predator ha riscosso un discreto consenso suscitando un indubbio fascino tra gli appassionati di film a metà tra l’horror e il fantascientifico. Dotati di un fisico massiccio e muscoloso, gli alieni Yautja sono una razza particolarmente bellicosa e pragmatica. Non si dimostrano certamente dei loquaci oratori o brillanti filosofi: preferiscono infatti ricorrere alle armi e a pratiche violente, talvolta addirittura macabre (vedasi la scuoiatura di alcune delle loro prede) al fine di testimoniare la propria schiacciante superiorità. I predator sono esseri antropomorfi, più alti e possenti di un comune essere umano, decisamente brutali nel comportamento e indubbiamente progrediti dal punto di vista tecnologico: posseggono sofisticati sistemi di occultamento, caschi muniti di software per la realtà aumentata, armi di devastante portata, mezzi di comunicazione che prevedono ologrammi e, per finire, pilotano astronavi in grado di attraversare il cosmo.
Eppure è difficile pensare a loro come ricercatori appassionati di scienza e ingegneria, magari alle prese con assidui impegni di studio per preparare adeguatamente qualche esame universitario in materia di fisica o matematica. Così come risulta difficile comprendere a fondo le loro abitudini al di fuori dei contesti militari o di caccia: non si sa se la loro esistenza sia completamente biologica o se invece siano il prodotto di qualche avanzata sperimentazione scientifica (per via del sangue bioluminescente, ad esempio), nulla è dato sapere su come vengano cresciuti e su quali siano realmente i principi che regolamentano la socialità o l’economia della loro civiltà anche se forti sospetti ruotano attorno al business delle guerra interplanetaria. Nemmeno si è mai vista una femmina della loro specie mentre sembrano esserci almeno due differenti tipologie di  Yautja (Berserker e “classici”) in conflitto tra loro per ottenere una qualche forma di egemonia.
Ancora Royce e Isabelle
Probabilmente il loro carattere schivo e la poca propensione a lasciar tracce, precludendosi un contatto diretto e aperto con le altre razze della galassia, ha contribuito ad accrescere il fascino che questi esseri di celluloide dall’aspetto vagamente esotico esercitano sui fans, al contempo offrendo a sceneggiatori e registi l’occasione per produrre – prima o poi – film e serie televisive più dignitose o approfondite rispetto a quelle proposte negli ultimi anni. La saga “Alien vs Predators” non rende infatti giustizia alcuna a questi letali cacciatori cosmici amanti dell’orrido e del kitsch in fatto di arredamento e abbigliamento. Nemmeno viene concesso lo spazio necessario a offrire degli scorci sufficientemente comprensibili del loro pianeta d’origine o dello scopo per cui con così tanto accanimento cerchino di dimostrarsi superiori alle altre razze e accrescere le proprie abilità guerriere. Xenomorfi e sayan a parte, che ci sia davvero, nello spazio, qualcuno più potente e temibile dei temibili Yautja? Difficile dirlo anche perché, finora, poco o niente viene rivelato su di loro, lasciando integro l’alone di mistero che avvolge queste figure a metà tra il barbaro e l’evoluto conquistatore proveniente da un futuro quanto mai triste e bellicoso.


Considerazioni sul film

Dopo due film ufficiali, il primo del 1987 per la regia di John McTiernan e il secondo nel 1990 girato da Stephen Hopkins, e la recente saga Alien Vs Predator, un discutibile spin-off tra due serie di culto, nel 2010 la figura del Predator torna sul grande schermo.
Uscito nel luglio del 2010 per la regia di Nimród Antal (Kontroll, Vacancy, Blindato)  non si tratta di un vero e proprio seguito ma di una sorta di nuovo inizio. Almeno a giudicare dalle parole dell’appassionato produttore e curatore della sceneggiatura: Robert Rodriguez (Sin City, GrindHoude: Planet Terror, Machete). A detta del regista statunitense infatti, l’idea per il film era in gestazione sin dal 1996, realizzata sull’onda dell’interesse che la 20th Century Fox nutre per il personaggio e per la forte passione dimostrata dallo stesso Rodriguez; non è escluso quindi che ci possano essere ulteriori sviluppi e ampliamenti sulla base della risposta del pubblico.
Di certo, nel film in questione, si avverte la precisa volontà di fare ordine e ripartire da zero per offrire un’immagine coerente e maggiormente sfruttabile della razza Yautja. Ammiccando fortemente al capostipite della serie, l’ambientazione scelta è quindi quella della giungla selvaggia con vegetazione florida e assenza totale di costruzioni urbane. Il contesto migliore per far risaltare le sopraffine capacità di predatore degli alieni e per lanciare un messaggio agli spettatori affinché comprendano a quale episodio della saga sia ispirato questo Predators. Al contempo, nell’osservare la scenografia scelta, mentre le inquadrature si soffermano su ettari ed ettari di sconfinata vegetazione e su di un cielo nel quale compaiono corpi celesti affascinanti quanto sconosciuti, risulta difficile non andare con la mente al pianeta Pandora di Avatar, capolavoro visivo di James Cameron uscito tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010. Proprio mentre le riprese di Predators erano in corso di svolgimento.
Nikolai e un predatror
La storia in sé risulta comunque discretamente blanda, più giocata sull’azione e sulla violenza che sui misteri o la caratterizzazione dei personaggi. In questo secondo caso, tra l’altro, sarebbe stato assai arduo riuscire a ottenere un risultato convincente essendo il gruppo dei “prescelti“ piuttosto eterogeneo e numeroso. Probabilmente un escamotage per sondare i gusti del pubblico o per proporre una variante estrema dell’Isola dei Famosi. I momenti per far emergere la psicologia o le storie personali di ciascuno sono quindi pochi e concisi ma tuttavia ben cadenzati e alternati con le sequenze di azione e devastazione. Non si avverte però la paura dell’ignoto o il pathos di chi, all’improvviso, si trova dinnanzi a realtà sconvolgenti: un pianeta alieno, creature sconosciute, una disperata lotta per la sopravvivenza …. 
Ancor più dubbia appare la decisione di introdurre il personaggi di Noland (Lawrence Fishburne), un marine sopravvissuto a circa dieci stagioni di caccia, ombroso e logoro, ormai vittima della propria follia. Sebbene  la presenza dell’ex Morfeus di Matrix - decisamente troppo in carne per recitare nella parte della preda costantemente braccata su di un pianeta inospitale – possa risultare apprezzabile, risulta poco più di una macchietta funzionale a veicolare al pubblico alcune spiegazioni e a far precipitare gli eventi, ma nulla di più. Nella media invece le parti affidate agli altri attori protagonisti: il carismatico e determinato Adrien Brody (Il pianista, La sottile linea rossa, Splice); il subdolo e folle Topher Grace (Traffic, Ocean’s Twelve, SpiderMan 3) e la bella e letale Alice Braga (City of God, Io sono leggenda).
La parte del leone la fanno invece il trucco, gli effetti speciali e i predators. Nonostante lo spazio per caratterizzarli sia piuttosto ridotto il film riesce a lanciare alcuni spunti e a concedere allo spettatore qualche occasione per approfondire la conoscenza di questa razza tramite l’osservazione del comportamento dimostrato. Si tratta senza dubbio di cacciatori micidiali ma leali, fieri, che non si sottraggono ad alcuna sfida ma che sanno riconoscere ciò che è giusto da ciò che invece può risultare non onorevole. Si dimostrano anche esperti selezionatori e acuti osservatori delle altre razze con cui sono in contatto: lo dimostrano il fatto di aver rapito uno yakuza in giacca e cravatta e un medico psicopatico in tuta da ginnastica, soggetti ben diversi dai militari equipaggiati con armi pesanti e ben calati in scenari di guerra. Come invece siano riusciti a rapire dal braccio della morte il detenuto Stans (interpretato da Walton Goggins, già visto in The Shield) è e rimane un mistero che, forse, solo i successivi episodi della serie potranno spiegare. 
Diverbio tra Yautja
Oltre a ciò, le dimostrazioni di efficacia offerta dalla tecnologia bellica posseduta dai Predator al pari dell’accurata attenzione per il trucco e talune scenografie sono prove più che sufficienti ad attestare quanto determinanti siano stati gli investimenti in termini di effetti speciali visivi, decisamente ben realizzati e fondamentali nel conferire il necessario realismo grafico alle sequenze proposte. Soprattutto quelle che occupano l’ultima e dinamica parte del film fino al finale – aperto – proposto. Non mancano poi le comparsate di altre creature aliene, bipedi e quadrupedi che contribuiscono a popolare la sconfinata giungla nella quale si muovono le prede umane, oppure le scene di violenza e macabra supremazia fisica: su tutte credo vada all’uccisione di Stans la palma per la testimonianza più evidente e sensazionale della brutale potenza degli Yautja.
Malgrado tutto ciò, il risultato complessivo di quasi due ore di film non fa gridare al miracolo, ma si assesta semmai sulla sufficienza piena. Si tratta senza dubbio di uno spettacolo che intrattiene e convince gli spettatori, sia quelli che, cinematograficamente parlando, già hanno conosciuto la figura del Predators sia quelli che invece l’hanno solamente intravisto nelle recenti produzioni targate Paul W. S. Anderson e fratelli Strause. L’obbiettivo di risollevare la figura del predator, esplorata e conosciuta anche grazie a fumetti e videogame realizzati dal 1990 ad oggi, si può considerare parzialmente raggiunto: per una promozione a pieni voti e la realizzazione di una storia più solida e interessante si sarebbero certamente rese necessarie scelte diverse in termini di sceneggiatura e sequenze proposte. Senza nulla togliere alle scenografie utilizzate, che propongono diversi scenari naturali e artificiali, come l’astronave nella quale Noland si è ricavato un rifugio oppure l’accampamento a cielo aperto dei Predators, alla fotografia pulita o alla regia, sempre precisa e attenta nel proporre inquadrature convincenti e di forte impatto visivo, giocando con contesti diversi dal punto di vista della luce, dello spazio e dei colori predominanti (il verde della giungla illuminato dalla luce del sole, all’inizio, l’animosità del fuoco che arde nella notte per lo scontro finale). Fermo restando comunque che, almeno a seconda di quanto lasciato intendere dal produttore, probabilmente questo Predators rappresenta soltanto un inizio per un progetto ben più ampio.



mercoledì 2 febbraio 2011

..:: Diamo al pubblico ciò che vuole ::..

...e no, per l'ennesima volta, non sto parlando di porno.
Nemmeno di elargire buoni sconto per serate in compagnia di procaci e disinibite persone bisognose (altresì note come "escort", ora, puttane una volta), posti per qualche finale di un torneo calcistico oppure i numeri vincenti del SuperEnalotto. Nemmeno mi riferisco a politici che riscoprono di essere tali e che cercano di presentarsi in forma più pulita e sobria agli italiani, addirittura parlando di (udite udite) politica. Un po' come ha fatto Silvio al Tg1 delle 20 dibattendo con se stesso, tra le varie cose, pure di economia e debito pubblico (*).
Lelouch Lamperouge,
alias Lelouch Vi Britannia
Mi riferisco invece a dare al pubblico di questo blog ciò che realmente vuole, sulla base delle chiavi di ricerca maggiormente utilizzate per approdare qui su queste pagine. Un'iniziativa che spero di portare avanti mensilmente in modo da capire - io me in primis, intendo - verso quali contenuti orientarmi per "catturare" un numero crescente di net-citizens. Fermo restando che, tanto, scrivo e posto quel che mi pare ;-P

Partiamo quindi con le ultime 5 posizioni della classifica dove troviamo "predator", "nicole minetti hot", "gran torino", "alien", "alien vs predator".

Salendo, al quinto posto delle chiavi di ricerca più utilizzate troviamo Lelouch, protagonista dell'anime Code Geass, serie targata Sunrise di cui ho più volte parlato e del quale ho pure proposto delle discrete recensioni. Che forse, prima o poi, magari appariranno pure su Terre di Confine.

Megan Fox
Quarto posto invece per la gnoccolosa quanto incapace Megan Fox. Di lei ho parlato solo a spot, poichè presente in qualche film visto e astro nascente (sarà davvero così?) del cinema moderno. Rimane comunque che al di là di sue partecipazioni in film come Transformers non mi pare si sia fatta notare per le proprie doti di attrice espressiva, per la mimica, per la versatilità o l'eccletismo dimostrato nel caratterizzare i propri personaggi. Però è figa e questo, evidentemente, basta e avanza. Proverò comunque, ma solo per riconoscenza verso i visitatori di questo mio spazio web, a darle una speranza e a recuperami Jonah Hex..

Le ruote del mulino
Continuiamo a salire nella classifica e scopriamo qual è misteriosa entità occupa la terza posizione. Almeno a giudicare da quanto riporta Shiny Stat. Personalmente non so come interpretare quanto sto per riportare: possibile che tra le chiavi maggiormente utilizzate per giungere qui vi sia davvero quella parola? Un termine che incute timore, capace di spiazzare anche il più duro dei super-eroi, di piegare la volontà di qualsivoglia temerario rimandando a concetti metafisici inconcepibili e oltremodo pazzeschi.
Sì, avete capito bene: sto parlando del... mulino °__°  

Amy Smart
Lasciandoci alle spalle le ovvie perplessità relative all'entità che occupa la posizione numero tre (di cui ripetutamente e ossessivamente parlato), procediamo a svelare qual è invece la seconda parola più gettonata. Che poi, più che di parole, sempre di gnocca si parla. Ecco quindi Amy Smart! Statunitense, classe 1976, bionda e discretamente attiva sul piano delle partecipazioni cinematografiche. Personalmente non l'ho vista spesso in film e serie televisive salvo in un paio di episodi di Scrubs e di.....

Crank! Ebben sì, è questa la parola più cercata in assoluto da molti dei visitatori che giungono su questo mio blog! La mitica, adrenalinica, formidabile, scanzonata, assurda, folle, violenta, brutale serie di film realizzati dal duo Mark Neveldine e Brian Taylor ma che, diciamocelo, senza la straordinaria partecipazione di quel super-uomo che altri non è se non Jason Statham non sarebbe mai e poi mai giunto al successo e alla notorietà che invece possiede. Addirittura, il primo Crank ha ottenuto un onesto 7.1 su imdb: guardare per credere!
Una scena elettrizzante tratta da Crank 2 - High Voltage 

Bene, queste erano le chiavi più ricercate per il mese di gennaio 2011: vedremo che accadrà in febbraio ^_^



(*): è interessante notare che il servizio andato in onda immediatamente dopo l'intervento del Supremo riguardava l'appello della mummia Napolitano ad una comunicazione più efficace, più decorosa, più seria, più impegnata ecc... se solo avesse specificato di quale comunicazione stava parlando... Spero non di quella telegiornalistica che, magari, ha sulla coscienza l'informazione o la distrazione delle masse anche perché, in tal caso, il giornalista che si è incaricato di realizzare delle domande che calzassero con il discorso preconfezionato di Silvio avrebbe dovuto far notare a quest'ultimo quali immani cazzate stava riportando al popolo che gli ha affidato la responsabilità di governare. Il nostro benemerito Presidente del Consiglio ha infatti accennato al pesantissimo debito pubblico che grava sulla nostra economia, frutto di peccaminose e imprudenti politiche tenute dai governi comunisti che hanno guidato l'Italia negli anni '80 fino al 1992 (2 anni prima della sua discesa in politica). Ora, lungi da me voler screditare il nostro illustre puttaniere, che magari sta un po' meditando sul proprio destino dopo aver visto quel che sta accadendo in Egitto (e prima ancora in Tunisia, Algeria, Grecia...anche in Belgio mi pare si siano incazzati un po'...). ma niente paura, da noi queste cose non accadranno mai. A meno che non risorga un novello Garibaldi che conduca il popolo italiano verso il rinsavimento. Al di là di questo, ci terrei a sottolineare che forse, e dico forse, il nostro capo del governo ha fatto un po' di confusione. Proviamo quindi a far chiarezza e a screditare questo vecchiaccio: vai col grafico 1. dove si può facilmente notare che l'andamento del Debito pubblico italiano, dal 1995 ad oggi, è stato discretamente alto e che (oibò!) è addirittura salito proprio adesso che è al potere lui. Ma sarà colpa della crisi economica internazionale, che a detta sua non c'è mai stata e che abbiamo superato... Ad ogni modo, prima del 1995, com'era la situazione? Wikipedia ci viene in aiuto e si può notare che in effetti è dagli anni 80 che il debito ha iniziato a salire costantemente. E chi era al governo in quel periodo? Sempre dalla rete, codesto blog può esserci d'aiuto, in particolare nella sezione "CHI ERA AL GOVERNO NEGLI ANNI DEL BOOM DEL DEBITO?" di questo post si leggono i seguenti nomi : "A.Moro, G.Leone, M.Rumor, E.Colombo, G.Andreotti, F.Cossiga, A.Forlani, G.Spadolini, A.Fanfani, B.Craxi, G.Goria, C.De Mita, G.Amato e C.A. Ciampi. Tutti governi della Democrazia Cristiana o dei suoi alleati, spesso con l'appoggio di PSDI, PLI, PRI e PSI. Da notare che, durante i due governi Craxi, il debito pubblico è passato (circa) dal 70%(1983) al 90% (1987) del PIL. Da notare che, dal '91 al '94 il debito è passato (circa) dal 100% al 120% del PIL "grazie" ad Andreotti, Amato e Ciampi". Tutti nomi di schifosi comunisti rossi come parte della maglia del Milan.... senza contare che proprio a Craxi si deve, in parte, la nascita di Forza Italia....ne si deduce che questo partito è comunista e che Silvio stesso è un bolscevico! Ciò spiegherebbe l'entusiasmo profuso nel sesso libero. Scherzi a parte, consiglio vivamente una lettura approfondita dell'articolo e di essere sempre critici di fronte alla gente che cerca di convincervi, soprattutto se è un vostro dipendente che cerca di spiegarvi perchè la vostra azienda e il vostro futuro, a lui affidato, sta letteralmente andando a puttane.

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