sabato 24 marzo 2012

..:: Natural City::..

Titolo: Natural City
Regia: Min Byung-Chun
Anno: 2003
Genere: sci-fi
Cast: Yoo Ji-Tae , Lee Jae-Eun, Seo Rin, Yoon Chan, Jeong Eun-Pyo, Jeong Doo-Hong 



Ci son voluti quasi cinque anni di attività per confezionare Natural City, produzione fantascientifica di matrice coreana che, almeno negli intenti del regista, Byung-chun Min doveva inaugurare una nuova stagione in ambito di sci-fi. "Finisce l'era di Blade Runner, inizia il mito di Natural City”, questa la presentazione con cui, nel 2003, era stato proposto Natural City nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. Un obbiettivo, quello di  Min, sicuramente ambizioso ma che, nonostante l’impegno e l’ottima qualità visiva del film, è difficile considerare raggiunto.
Ambientato in un ipotetico 2080, lo scenario non appare propriamente originale nel tratteggiare un mondo in cui la fantascienza e il progresso tecnologico hanno ormai raggiunto livelli elevatissimi e in cui cyborg realizzati a partire da DNA umano sono perfettamente integrati nella società. Nei ruoli di camerieri, ballerine, soldati troviamo quindi ugualmente esseri umani oppure automi i quali vivono, pensano e agiscono esattamente come normali cittadini, sebbene animati artificialmente e soggetti a una caducità programmata. 
Analogamente a quanto avveniva nel 1982 con i replicanti di Blade Runner di Ridley Scott, i cyborg di Natural City hanno vita breve e, all’approssimarsi della loro scadenza, iniziano a mostrare segni di cedimento strutturale e comportamentale, motivo per cui è prevista la loro rottamazione. Una prospettiva che si avvicina anche per la bella Ria, ballerina di cui si è invaghito il poliziotto R. Non un vero e proprio eroe, piuttosto una persona controversa, ribelle e difficile da trattare, che non esiterà a scendere a patti con il perverso professor Gyro per garantire la sopravvivenza dell’amata. Rivendendo al mercato nero i chip neuronali di cyborg danneggiati negli scontri a fuoco cui prende parte, l’uomo cerca disperatamente di raggiungere la cifra sufficiente per un trattamento all’avanguardia in fatto di trapianti così da trasferire i chip neuronali di Ria in un corpo umano compatibile geneticamente.
Il corpo individuato appartiene a Cyon, una prostituta dei bassifondi che R incontrerà casualmente e cercherà di usare a proprio vantaggio, ignorando i sentimenti che quest’ultima maturerà nei propri confronti. Purtroppo, la giovane risulta anche compatibile con il corredo genetico di Cypher, un pericoloso cyborg da combattimento divenuto una sorta di terrorista e a cui la polizia, compreso lo stesso R, dovrà dare la caccia.

Mescolando abilmente un’ambientazione fortemente fantascientifica, con movimentate sequenze d’azione e la delicatezza di un dramma romantico destinato a non avere un lieto fine, Natural City riesce a portare sullo schermo una storia capace di offrire notevoli spunti e suscitare indubbio interesse.
Innanzitutto il laconico protagonista - impersonato da Ji-tae Yu che, sempre nel 2003, è stato uno degli interpreti principali di Old Boy, per la regia di Park Chan-wook -, con il suo comportamento a tratti inspiegabile e irrazionale e il suo modo di fare da anti-eroe porta in scena tutto il malessere e l’insoddisfazione suscitati dalla vita in una società che, ormai, ha ben poco di naturale. Malgrado l’indole rude e introversa R è però un uomo romantico, devastato dal dolore per le sorti della donna amata, disperato per una prospettiva che non vuole accettare. Proprio per sovvertirla cede a impulsi distruttivi e autolesionistici.
Particolare poi come risulti quasi distorta l’importanza che egli attribuisce alla vita, dando quasi maggior priorità a quella di esseri artificiali rispetto a quella delle persone vere, verso le quali non prova quasi alcun attaccamento. Il mondo è per lui una sorta di prigione in cui vive con disagio, senza amici, senza affetti familiari, qualcosa che ben si evince anche dall’abitazione in cui vive, poco più che una stanza. Quello che veramente sogna è piuttosto una fuga verso un mondo migliore e “naturale”, esattamente come lasciato intendere dalla simulazione del pianeta Koyo nella quale indugia proprio nella sequenza iniziale del film. Il mondo reale proposto in Natural City appare infatti alienante e desolato: malgrado il notevole progresso tecnologico, i rapporti umani sono minimi, freddi, quasi vuoti. I sorrisi, al pari dei fiori segretamente coltivati da Cyon, sono ormai merce rara, da ritrovarsi solamente negli anfratti della periferia povera di Mecaline City.
Un altro aspetto di rilievo è rappresentato da un fugace accenno filosofico all’essenza dell’esistenza stessa, snaturata e messa in dubbio proprio dalla presenza dei cyborg, in tutto e per tutto simili all’uomo, che agognano a vivere per sempre. Diversamente, gli esseri umani veri e propri sembrano trascinarsi nel presente, scivolando verso dinamiche autodistruttive siano queste dettate da sentimenti amorosi, come nel caso di R, da condizioni economico-familiari avverse, vedi Cyon, o per senso di dovere, nel caso di Noma, poliziotto a capo di R e con il quale si verrà a trovare in contrasto.
Ancora, la riduzione dell’individuo a mero automa, ossia a prodotto di consumo da riprodurre in serie, conferisce a tutto il film un’atmosfera di disperata rassegnazione: ecco allora che l’aggettivo “natural” del titolo diventa un’antitesi molto forte, una provocazione per lo spettatore e un’allusione all’ipocrisia che domina nella società.
Ma quello che soprattutto rende merito al film di Min - regista che in precedenza si era fatto apprezzare per Phantom, the Submarine -, è il forte impatto visivo, ottenuto dopo anni di intensa attività di pre e post produzione, investendo enormemente in computer graphic ed effetti visivi. Gli scenari proposti, le panoramiche di una Mecaline City a tratti megalopoli futuristica a tratti povera città portuale, le suggestive immagini di cieli luminescenti e colorati in modo innaturale offrono allo spettatore l’impressione di assistere alla visione di un anime ricco di riverberi e colorazioni intense. Sensazione acuita anche dall’enfasi posta in certe riprese e dalla sensibilità orientale del regista, che propone lunghe sequenze mute, inquadrature dal basso che contribuiscono all’idea di una tensione verso qualcosa che nel presente non trova più spazio d’esistere. Pure l’attenzione nel portare in scena veicoli, astronavi, tute da combattimento avveniristiche e abiti ottenuti dalla composizione di materiali differenti sono il frutto di paziente lavorazione tesa proprio a garantire spessore all’intera produzione la quale, indubbiamente, avverte il peso della concorrenza: non va dimenticato che proprio nel 2003 si conclude la trilogia di The Matrix dei fratelli Wachowski.
Accanto a innegabili elementi di interesse, Natural City è però gravato da difetti e mancanze che ne hanno penalizzato il successo e la diffusione, fermo restando che essendo una produzione orientale possiede in sé uno stile narrativo e dinamiche che discostano da quelle a cui, magari, ci ha abituato il cinema hollywoodiano. Ecco allora che il triste epilogo e la rassegnata atmosfera di sofferenza che accompagna lo spettatore sin dal primo minuto possono costituire un ostacolo alla fruizione del film, come anche gli ammiccamenti al mondo degli anime - da Ghost in the Shell ad Akira, con tanto di fanalini luminosi della moto di R che lasciano la scia sul video - possono risultare ostici per quanti non sono avvezzi con tali produzioni. Soprattutto però è la narrazione in sé che risulta poco approfondita, procede più per volontà di proporre scenari suggestivi e cyberpunk che per reale necessità di coesione e di trama così come i riferimenti spazio-temporali risultano blandi e a volte addirittura imbarazzanti. In un simile contesto, la presenza di sequenze particolarmente violente e sanguinolente, vedasi l’incursione solitaria di Noma per contrastare Cypher, oppure di momenti di puro lirismo visivo, con R e Ria a galleggiare nel mare illuminato dalla luna con rimandi all’idea della nascita, finiscono con il disorientare lo spettatore lasciandogli l’impressione di una narrazione poco coesa e ordinata.
Ma più di tutto è la mancanza di approfondimento che va a minare il successo e l’efficacia dello spettacolo offerto: quello che, sulla carta, avrebbe potuto inaugurare una nuova era, rispolverando cioè una fantascienza capace di tratteggiare prospettive di vita i cui germi sono già presenti nell’odierna società scade invece nella superficialità, privo di spessore e di quei dettagli che avrebbero potuto rendere più vivida e concreta l’ambientazione proposta. La sperimentazione di protesi, di body extender nonché la realizzazione di veri e propri cyborg sono infatti realtà sempre più ricorrenti in campo medico o militare e certamente impatteranno in tempi relativamente brevi sul modo di vivere la nostra quotidianità portandoci, magari, a un futuro in cui esseri umani e creature artificiali si troveranno a convivere, come più e più volte descritto nei testi di Asimov e altri grandi autori di fantascienza. 
Tuttavia, a differenza di quanto proposto in altre opere, i cyborg di Natural City vengono appiattiti al ruolo di comparse e spogliati di quel carisma che, invece, avrebbero dovuto vestire per imprimersi nell’immaginario collettivo. Per quanto letale e determinato, ad esempio, Cypher non possiede né la rabbia né lo spessore di un Rutger Hauer che cerca e uccide il proprio creatore, colpevole di averlo condannato alla caducità, o che recita quel “Ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi …” orami tanto famoso. E’ piuttosto una presenza algida e glaciale, funzionale alla trama e a creare un minimo di intreccio ma poco significativo. Analogamente accade per Ria poco più che una bambolina. Lo stesso sentimento che la lega a R viene accennato appena, più un amore ideale e platonico che una struggente intimità negata dalla loro differente natura.  
Malgrado gli intenti pretenziosi, pur riuscendo a proporre uno scenario futuristico fortemente caratterizzato dal punto di vista estetico e della cura per i dettagli scenografici, Natural City fallisce quindi nel coinvolgere e nel veicolare allo spettatore quella storia e quelle emozioni che, almeno sulla carta, dovevano renderlo una pietra miliare del cinema di genere fantascientifico.



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