lunedì 29 luglio 2013

..:: Pacific Rim ::..

Titolo: Pacific Rim
Regia: Guillermo Del Toro
Anno: 2013
Genere: sci-fi, azione
Cast: Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi, Charlie Day, Ron Perlman, Robert Kazinsky, Max Martini

La trama in breve:
Da una breccia inter-dimensionale creatasi nel profondo dell'Oceano Pacifico emergono i kaiju, mostri alieni giganteschi, con il solo scopo di cancellare l'umanità dalla faccia della Terra. Al fine di sopravvivere, le varie nazioni uniscono le proprie forze, cercando di contrastare l'invasione con il progetto Jaeger, che consiste nella creazione di enormi robot in grado di combattere ad armi quasi pari i terribili invasori; a comandarli due piloti, le cui menti vengono connesse da un ponte neuronale. Dopo aver perso il proprio fratello e co-pilota in un conflitto e aver lavorato alla costruzione di una muraglia di difesa, Raleigh Becket sembra essere l'ultima risorsa per sventare una vera apocalisse. (fonte mymovies)

Il mio commento:
Parlare di questo film non è affatto facile o, meglio, vorrei farlo in modo completo e significativo. In un certo senso è un atto dovuto, un personale riconoscimento alla pellicola di Del Toro. Per tale motivo, ho deciso di seguire un approccio leggermente differente rispetto agli altri commenti proposti in questo blog lasciando fluire considerazioni di vario genere, opinabili sia chiaro, tutte scatenate dalla visione di Pacific Rim

In primis: per quali film val la pena andare al cinema?
Questa, che può sembrare una domanda scontata, credo sia un quesito che chiunque sia andato a vedere l'ultima fatica di Del Toro non abbia potuto fare a meno di porsi. Poi le risposte possono essere state le più disparate ma la domanda, di fondo, rimane. Semmai la risposta può rappresentare una discriminante per contestualizzare, accettare o ripudiare un commento a suddetto film.
Personalmente credo che scegliere di andare al cinema per vedere opere quali le ben note commedie all'italiana sia un pessimo investimento, film che non fanno sfoggio di effetti speciali pachidermici e che possono essere fruite benissimo dal salotto di casa (a meno che non stiamo parlando di chicche quali L'Uomo Puma...).
Scegliere di recarsi al cinema per vedere film dall'alto contenuto artistico rappresenta invece un buon investimento in termini di tempo e pecunia da dedicare a produzioni che possiedono al loro interno elementi qualitativi degni di nota, da apprezzare in una sala che offre un ampio schermo, un impianto sonoro adeguato e tante poltrone occupate da familiari/fidanzate/fidanzati/amici/amiche gente con cui poi poter discutere e discorrere di quanto visto. Opere, insomma, che viste nel salotto di casa non garantirebbero il medesimo effetto.
Ci sono poi molte altre categorie di film che possono offrire l'occasione di andare al cinema o meno, a seconda dei gusti o delle compagnie: basti pensare agli horror o alle goliardate (i mercenari!!!).
Se la risposta fornita invece è "vado al cinema per vedere i film in treddì", invece, credo meritiate una visita specialistica da uno bravo.

Poi: la fantascienza in Italia.
Che la fantascienza non sia un genere facile da assimilare o che non sia per tutti, è un dato di fatto. Grazie a Dio siamo individui diversi l'uno dall'altro, con gusti e preferenze personali.
Però non mi pare che, come genere, sia poi tanto disprezzato dal mercato italiano, e globale in generale. Sarà merito delle nuove tecnologie, così dannatamente presenti nella vita di tutti i giorni, sarà per l'effetto di autori quali Asimov o di quella cosuccia chiamata "Matrix" che ha dato nuovi impulsi al cinema che tuttora respiriamo, sarà per via del proliferare di serie di successo che ammiccano alla sci-fi, sarà perché tra di noi si nascondono persone che hanno vissuto negli anni 70-80 e che hanno memoria di "altro" rispetto a quanto ci propinano oggigiorno in termini di media, sarà per tutti questi fattori ma fondamentalmente i prodotti di genere fantascientifico mi pare siano mediamente ben accolti dai mercati.
Di contro, noi in Italia non ne produciamo granché. Probabilmente un segno dello slancio ottimistico con cui la nostra giovane nazione guarda al futuro, alle potenzialità che la tecnologia o la creatività ci riserva, ai nuovi orizzonti che possiamo esplorare. Noi italiani siamo fatti di ben altra pasta, mi sa, ancorati al passato, poco lungimiranti e propensi a investire in qualcosa che ci spinga a fare di meglio. D'altra parte, istruzione e ricerca NON sono capisaldi della nostra economia, semmai rappresentano l'ultima voce di investimento su cui puntiamo. Eppure, malgrado ciò, ci sono pure degli stronzi che ci provano a proporre novità tecnologiche (vedi qui e qua, ma di esempi ce ne sarebbero molti altri) di tutto rispetto: bastardi! 
Ecco perché non "vien spontaneo" investire in fantascienza mentre le ignominose fiction per lobotomizzati, quasi sempre ambientate in idilliaci contesti "passati" rappresentano la Mecca della nostra grandiosa produzione filmica. 
D'altronde, visto che i film all'italiana NON incassano più milioni di milioni di euro in tutto il mondo (anzi...), perché provare con qualcosa di potenzialmente redditizio? Magari adesso potreste obbiettare che produzioni come "Benvenuti al Nord", l'anno scorso, in Italia, ha guadagnato quasi 30 milioni di euro battendo persino gli incassi di "The Avengers", che si è assestato poco sotto ai 20.

domenica 28 luglio 2013

..:: Sangue Ribelle ::..

Titolo: Sangue Ribelle
Autore: Alessio Banini
Editore: Plesio Editore
Genere: fantasy
Pagine: 212

La trama in breve:
“Sangue Ribelle" è ambientato in un mondo vessato da un Impero dominante, che ha imposto la sua cultura e la sua religione su ogni provincia. Il romanzo si snoda attorno a tre distinte ribellioni, le cui trame s’intrecciano fino a un comune epilogo.
Un capo tribù che cerca di portare in salvo la sua gente, un membro della nobiltà che lotta affinché la storia e le tradizioni delle sue terre non vengano cancellati, e, infine, un non-morto (o presunto tale), che si unisce alla causa della Regina degli Stracci, la signora di un esercito di ombre, intenzionata a muovere guerra all'Impero e a tutti i viventi.
La sorte comune di queste vicende, porterà alla luce una dura realtà. Una storia cruda, reale e ben orchestrata, che metterà a nudo i lati più oscuri della razza umana.  (fonte Plesio Editore)

Il mio commento:
Da dove cominciare? Innanzitutto dal motivo che mi ha portato ad acquistare il testo in questione, non tanto per personale conoscenza dell'autore o del ciclo di romanzi Daemon Inside di cui il romanzo è parte ma, principalmente, per approfittare di una succulenta offerta promozionale da parte dell'editore. Che conosco anche per via di collaborazioni e intervista con Terre di Confine.
Con questo non sto affermando che mai e poi mai avrei acquistato Sangue Ribelle, bensì che reputo efficace la strategia di rendere appetibili ai lettori anche e soprattutto sul piano economico i testi di autori esordienti, quelli su cui non è sempre facile investire e a cui non sempre vengono concessi ampi spazi. D'altro canto, in Italia abbiamo forse un esubero di autori che ambiscono alla pubblicazione rispetto a quelli (autori intendo) che leggono altri esordienti.
Ad ogni modo, la lettura del testo si è rivelata un'esperienza positiva e ben orchestrata dal punto di vista dell'alternanza delle trame principali che vengono sviluppate e infine fatte incrociare dall'autore. Di contro, tenere insieme le pagine del testo si è rivelata un'impresa complicata: spero però che la mia sia stata semplice sfortuna e non una cosa sistematica ma, fondamentalmente, la rilegatura non ha tenuto e mi son trovato, ecco, in difficoltà [1].
Ma ugualmente, stoicamente anzi, ho perseverato, addentrandomi ancor più nel romanzo. Le vicende proposte riguardano essenzialmente tre nuclei narrativi più un quarto di minor rilevanza: abbiamo Elifas, Aisha e la Regina degli Stracci; Naven e la sua tribù di antecessor; Steven Shillar e i suoi dilemmi nobiliari; e infine Kenneth, e i suoi Alligatori (si tratta di milizie, non di bestie tropicali).
Se dovessi attribuire una preferenza, direi che tra quelle proposte credo che la prima posizione spetti alle vicende di Naven: l'approfondimento dedicato alla tribù degli antecessor rispecchia in toto la passione e le competenze dell'autore, laureato in antropologia culturale, e credo rappresenti la parte del libro più costruita e organizzata, sulla quale si concentrano la maggior parte delle riflessioni e dei parallelismi verso le culture e la storia del nostro mondo.

martedì 16 luglio 2013

..:: Il senso della vita - Into the darkness - The Box ::..

Ovvero, mini recensioni di film visti di recente e di cui avrei voluto discorrere amabilmente.

Titolo: Il senso della vita
Regia: Terry Jones
Anno: 1983
Genere: comico
Cast: Graham Chapman, John Cleese, Michael Palin, Eric Idle, Terry Jones, Terry Gilliam, Carol Cleveland, Simon Jones
La trama in breve: link
Il mio commento: film che può benissimo esser visto a puntate essendo strutturato ad episodi, cosa questa che mi ha facilitato il compito di visionarlo. Non un film banale, sia chiaro, comico, irriverente, dissacrante, demenziale e satirico, ma questo non significa che sia affatto scontato o di facile e immediata fruizione. In fondo, siamo di fronte a sketch e proposte comiche offerte da quei geniacci dei Monty Python. Ecco quindi una serie di situazioni, spesso inverosimili e assurde, che ironizzano su vari aspetti della vita umana alla ricerca di un senso che, come da promesse dichiarate, dovrebbe venir svelato nell'arco della visione. Ma forse un significato vero e proprio non c'è, semmai si tratta di portare lo spettatore a mettere in discussione svariati aspetti della vita umana, in merito alle istituzioni, all'economia, alla religione ma anche a modi di essere e di fare (quando mai vi capiterà una cena a base di argomenti di discussione? O di poter scegliere come morire?). Personalmente l'ho apprezzato assai e mi son spesso anche divertito (tranne nella sequenza dell'abbuffata del signor Creosoto, davvero nauseabonda e spiazzante. Eppure, per certi versi, la civiltà occidentale è "così", se rapportata al resto del globo che, magari, vive in ristrettezza e povertà di mezzi), però non credo si tratti di un film alla portata di tutti, sia per l'elasticità mentale e la cultura media richiesta (non siamo dinnanzi alla comicità spicciola all'italiana) sia per gli argomenti toccati: passi per l'ilare presa per i fondelli delle situazioni militari, della scienza medica al servizio dei quattri, pardon, pazienti o dei finanzieri il cui palazzo viene abbordato da un palazzo "concorrente" sfuggito a una produzione di serie B, ma quelle che sconfinano in territorio di religione ed educazione potrebbero causare insofferenza ai palati più bigotti.
Trailer: link


Titolo: Star Trek - Into the darkness
Regia: J. J. Abrams
Anno: 2013
Genere: fantascienza, azione

domenica 14 luglio 2013

..:: Most wanted - secondo trimestre 2013 ::..

Nuovo appuntamento per la classifica delle query e delle ricerche che maggiormente hanno trascinato qui le più disparate categorie di cyber naviganti di tutto il mondo. Ormai, ed è un dato di fatto, questo blog ha varcato i confini dell'Italia e si offre all'intera popolazione del globo terrestre con i suoi articoli di pubblica e discutibile utilità. 
In fondo, è all'estero che noi italiani dobbiamo guardare. Lo dicevano pure al telegiornale, e non importa sapere quale, sono tutti autorevoli e qualitativamente parlando, al top. Lo dimostra il servizio sui film trash di ieri sera al TG1, con riferimenti (pescati dal web) a quella piccola perla che è Sharknado. Comunque, spesso e volentieri, parlando della crisi che continua a imperversare e contro la quale l'Italia ostenta il proprio immobilismo (ovvero, la famigerata Strategia del camaleonte comodamente sdraiato sul percorso quotidianamente battuto dagli elefanti: se sto immobile e mi confondo con l'ambiente circostante, pensa l'astuto animaletto, tutto passerà e io ne uscirò illeso), si sentono accorati messaggi di speranza sulla ricerca di occupazione e "futuro" all'estero. "Puntate alle nazioni del BRI e all'Arabia"...ma non c'era anche la Cina nel novero delle economie emergenti? E poi, visto che siamo vagamente filoamericani, perché nessuno osserva che nella direzione degli USA non ci sono molti moti migratori? Salvo quelli dei boss della 'ndrangheta.
In compenso, è stata inaugurata la nuova base USAna Ederle2 in quel di Vicenza e io mi sento più tranquillo. Diversamente, non so come prendere notizie come quella relativa al PROUD Car Test 2013 o ai numeri sciorinati da qualcuno in materia di cinema italiano, settore che ovviamente non produce alcun introito e su cui non val la pena di investire (pensa a pellicole come Avengers o Titanic...sia mai!).
Noi italiani preferiamo puntare al futuro in un altro modo, evidentemente. Investendo in tecnologia, ad esempio, ma solamente dal punto di vista dei consumi... e visto che oramai tutti avete tablet, smartphone e internet, beh, magari passate un po' più spesso a visitare codesto spazio, no? Ho bisogno di voi per mantenere alta la mia media di incassi AdSense grazie a cui, a breve - dove breve è un lasso di tempo misurato con un riferimento spazio temporale diverso da quello terrestre -, riuscirò a permettermi l'acquisto di una BatMobile. In promozione su una qualche televendita gestita da quel simpaticone di Giorgio Mastrota-tro-ta-tro-ta, come direbbero i Nanowar.
E ora, concluso questo strampalato preambolo, passiamo a discorrere di ricerche effettuate dai naviganti e scopriamo quelle più interessanti e curiose:

"Come truccarsi da homo sapiens": uhm, per carnevale o per qualche recita, intendi, oppure perché sei tipo un uomo di Cro-magnon recentemente risvegliatosi nel presente? O, peggio ancora, non è che sei un extra-terrestre?

mercoledì 10 luglio 2013

..:: Cyclops was right ::..

Ho da poco concluso la lettura di un po' di fumetti arretrati, tutti quei simpatici comics che mi attendevano con ansia da settimane. Un po' tengo vergogna dell'infamante media di evasione a cui mi son ridotto, con brandelli di fumetti consumati nei ritagli di tempo, di notte, in bagno (embè?)...e pensare che ai bei tempi della vita studentesca divoravo il materiale acquistato in fumetteria nell'arco di una settimana...
Ad ogni modo, come si può forse intuire dal titolo vagamente criptico, ho terminato la saga Avengers Vs X-Men. E ne approfitto un po' per esprimere alcune considerazioni (in realtà oggi pensavo di dedicarmi al Most Wanted aprile-giugno ma...).
Diciamo che, per certi versi, ho goduto e per altri aspetti ne son rimasto deluso.
I tanto pubblicizzati scontri tra super potenze marvelliane son stati condensati in poche vignette e malgrado ferite mortali non mi pare di aver conteggiato chissà quante perdite.
D'altro canto, ho goduto assai a causa del livello di potenza e determinazione raggiunto dai Cinque della Fenice, in special modo dal signor Scott Summers. Occhiatelo in tutta la sua fiammeggiante e cosmica possanza!

Inutile a dirsi che, come più e più volte visto, il peggior nemico di sempre si rivela essere uno dei buoni. E se consideriamo che già a suo tempo Ciclope ha dovuto dire addio alla propria amata per colpa della Fenice, capirete che non dev'esser stato facile, per lui gestire sta cosa mentre, al contempo, gli sceneggiatori hanno trovato il modo di riversare cinismo e ignominia sul leader massimo della razza mutante.
Personalmente, ho tifato per gli X-Men sin dall'inizio della saga. Un po' ho cercato di pormi anche dalla parte di Capitan America e soci ma non ho trovato molto sensato il loro atteggiamento repressivo e prevenuto. Caspita, con tutti i geni e maghi che hanno tra le loro file, possibile che nessuno di loro abbia avuto la malsana idea di viaggiare nel tempo o nelle dimensioni e controllare come sarebbe andata a finire? 
Ok, forse il rischio di trovarsi disoccupati era altissimo, e considerando la crisi che c'è in giro, hanno solo reagito per difendersi ma alla fin fine credo sia prevalentemente colpa degli Avengers se il buon Ciclope è giunto a fare quel che ha fatto.
Che poi, ed eccoci al motivo di tale post, mi son chiesto, ma l'umanità dove stava mentre accadeva il finimondo sul pianeta Terra e un solo uomo raggiungeva il livello DIO menando a destra e a manca chiunque gli si parasse davanti. Hulk, Thor, Iron Man...via tutti che Scotty spacca!
Ricapitolando lo scenario descritto nei sei numeri della saga, abbiamo che i cinque della Fenice (uhm...come i Cinque della Mano di Dio di Berserk!) capeggiati da Ciclope hanno fatto fiorire i deserti, curato malattie, sistemato cosucce come la faglia di Sant'Andreas e la fame nel mondo, estinto la guerra da ogni nazione, sconfitto qualche cattivone (quel simpaticone di Sinistro) e via dicendo. Ok, hanno compiuto anche qualche gesto un tantino altezzoso, vedasi la peccaminosa Emma Frost che si è messa a giustiziare un po' di criminali (uhm...qualcosa mi ricorda il Justice di New Universal) oppure Colosso che apre in due gli oceani solo per cenare in un posto speciale con Kitty Pryde ma, fondamentalmente, hanno reso il pianeta Terra un luogo migliore.

domenica 30 giugno 2013

..:: Viaggio a Qingdao, Cina (4) ::..

Foto di gruppo al Shangri-La hotel,
con il maestro Angelo, Chen Le Ping,
la maestra Lin e due fratelli,
quelli a sinistra, rispettivamente
grande imprenditore ed ex-politico
Puntata numero quattro relativa alle mie dissertazioni, più o meno affidabili, sull'esperienza cinese di maggio. Questa volta parliamo di...

Cinesi doc
Oramai siamo abituati a vederli praticamente dappertutto visto che, seppur in misura diversa, cittadini di nazionalità cinese sono presenti nella maggior parte delle città italiane e piccole ChinaTown crescono in ogni dove. Gente che ci appare schiva, in merito a cui circolano i pregiudizi più disparati, e che solitamente tende a ghetizzarsi, palesando difficoltà di integrazion.
In realtà, quanto sappiamo di loro? Quanto conosciamo la cultura cinese? Dopotutto si tratta di una civiltà millenaria, che ha contribuito notevolmente allo sviluppo della vita su questa Terra ma che a scuola non studiamo per niente... mentre sappiamo almeno qualcosa della jihad tra nordisti e sudisti svoltasi negli Stati Uniti d'America...
Dissertazioni a parte, non è infatti molto facile e agevole il contatto con i cinesi, sia per lo scoglio della lingua che per certi modi di fare e di essere che, magari, differiscono assai da quelli squisitamente italiani. Una dinamica che ovviamente ha valenza biunivoca, ovvero anche da parte dei cinesi nei confronti nostri.
Per cui, diciamo, son partito alla volta della Cina un po' prevenuto, con alcune idee in mente su cosa aspettarmi da parte della popolazione indigena. La lettura di qualche articolo on-line e di un manualetto fornitomi da Ale mi hanno poi aiutato a prepararmi un poco alle public relations e alle dinamiche sociali di Qingdao, giusto per evitare gaffe ed esser sintonizzato sui loro modi di fare (il saluto, i regali, le gararchie, usanze spicciole, la numerologia...mai invocare il numero 4, mai!!!)
In realtà, mi son dovuto ricredere assai e in questo ha giocato a "mio" favore l'esser stato in Cina assieme al maestro Angelo: senza di lui infatti l'interazione con gli altri, sia per questioni complesse che per le più semplici, sarebbe stata molto più ardua e complessa e, soprattutto, non avrei avuto l'occasione di partecipare a cene, pranzi ed eventi assieme a persone cinesi. C'è stata cioè la possibilità di venir coinvolto e vivere l'esperienza cinese in modo più personale e coinvolto, meno distaccato e da turista.
Foto di gruppo con il maestro
Chen Le Ping e alcuni suoi allievi
Ecco allora che vengo a scoprire che i cinesi non si vestono come nei film wuxia e che, in realtà, sono piuttosto chiacchieroni e cordiali, al limite dell'invadente, e che nonostante siano consapevoli di essere dinnanzi a una persona che di cinese non parla niente continuano imperterriti nella propria mission di comunicazione, tentando di veicolare concetti e pensieri in tutti i modi, con smorfie o mimiche. Per fare un esempio, quando ho preso una regalino per Silvia, la commessa si è messa a mimare azioni tipo lavaggio mani, doccia, asciugatura, nel tentativo di farmi comprendere che la collanina era water-proof.
Un po' più tragica e complicata invece è stata la disquisizione (DA! DA! DA!) con tanto di scambi di tecniche avuta con alcuni compagni di kung fu, presso la palestra di Chen Le Ping...

domenica 23 giugno 2013

..:: La Fattoria degli Animali ::..

Titolo: La Fattoria degli Animali
Autore: George Orwell
Editore: Mondadori
Genere: romanzo satirico
Pagine: 140

La trama in breve:
Gli animali della fattoria padronale (Manor Farm in lingua originale) decidono di ribellarsi al padrone e di instaurare una loro democrazia. I maiali Napoleon e Snowball capeggiano la rivoluzione che però ben presto degenera. Infatti Napoleon, dopo aver bandito Snowball, introduce una nuova costituzione: "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri". La dittatura e la repressione fanno riappacificare gli animali con gli uomini che ormai non appaiono più agli ex-rivoluzionari molto diversi da loro. (fonte IBS)

Il mio commento:
Considerato uno dei 100 migliori romanzi, secondo il Time, La Fattoria degli Animali è in effetti un'ottima lettura che, seppure mascherata da favola (ma spero non per questo ignorata dagli adulti...), propone al lettore una visione lucida e critica dei totalitarismi. In effetti, la stesura originale era focalizzata sul regime sovietico (difatti, le dinamiche proposte ripercorrono certe tappe o certi elementi relativi all'affermazione del comunismo in Russia, vadasi i cani come la polizia segreta di Stalin, il mulino a vento che  simboleggia l’industrializzazione della Russia, inizialmente osteggiata da Stalin e causa di forti attriti con Trotsky, Snowball nel libro, le purghe staliniste del 1936-1938...) ma lo scenario proposto da Orwell possiede un valore universale e piuttosto attuale. Seguendo lo sviluppo della rivoluzione operata dagli animali per guadagnarsi libertà e uguaglianza, il lettore assiste all'evoluzione di forme politiche totalitarie e repressive che, a ben pensarsi, non sono poi molto lontane dalla verità.
I maiali del testo divengono dei despota, degli ipocriti manipolatori, attenti al proprio tornaconto ma oppressivi e spietati nei confronti di quegli stessi "compagni", cittadini forse è meglio, con cui hanno vissuto le medesime dinamiche di "schiavitù" iniziali. 
E' interessante notare come, leggendo il testo, un esterno si avveda di ingiustizie, menzogne, calunni e ipocrisie mentre personaggi interni alle vicende (gli animali, oppure le popolazioni che vivono durante la costituzione e il rafforzamento di un "regime") né siano del tutto in balia, confusi e poco obiettivi nel focalizzare i cambiamenti in atto, soprattutto quelli svantaggiosi o peggiorativi delle loro condizioni. Un processo che è reso possibile dall'ignoranza (non tutti sanno leggere, alcuni animali afferrano solo alcune nozioni...diversamente, i maiali studiano, imparano, progettano...) e dalla manipolazione delle informazioni oltre che dei fatti realmente avvenuti. I comandamenti, infatti, vengono di volta in volta modificati o cancellati per meglio rispondere alle esigenze della classe dirigente così come certi fatti "storici" vengono via via stravolti o volutamente rimaneggiati per modificare l'opinione del "popolo". Elementi questi che lo stesso Orwell ripropone, in modo più esteso e dettagliato, in 1984 nel tentativo di educare lettori e società dei pericoli interconnessi con la manipolazione delle informazioni che sposta l'attenzione delle masse e ne plagia il pensiero.
Oltre a ciò, un'altro aspetto del testo che mi ha molto amareggiato è relativo al ruolo degli animali in sé: per quanto si sforzino, son destinati a ricoprire un ruolo di subordinati, di schiavi per così dire. Questo accadeva con Jones e gli umani, prima della rivoluzione animale; e questo accade, nel tempo, e con condizioni ancor peggiori, sotto il regime dei maiali. Ma, se anche una pecora, una gallina o un cavallo fossero riusciti a fuggire dalla Fattoria degli Animali, a quale destino sarebbero andati incontro? Chi li avrebbe accolti e a quali condizioni?

domenica 16 giugno 2013

B13U - Banlieue 13 Ultimatum

Titolo: Banlieue 13 Ultimatum
Regia: Patrick Alessandrin
Anno: 2009
Genere: azione
Cast: David Belle, Cyril Raffaelli, Philippe Torreton, Daniel Duval, Elodie Yung, Pierre-Marie Mosconi

La trama in breve:
Tre anni dopo gli eventi narrati in Banlieue 13, la pace nel riottoso e autogestito distretto 13 è ancora sfuggente. Le autorità non hanno mantenuto la promessa di distruggere il muro e riaprire il quartiere, lasciando recintati come in un ghetto tutti gli abitanti della Banlieue, che dopo la morte del boss Taha Bemamud, si sono divisi in cinque fazioni. Damien e Leïto tornano nel quartiere per cercare di fermarne l'imminente distruzione per ordine dello stesso Presidente della Repubblica, manipolato da Walter Gassman, capo delle forze speciali DISS. (fonte wikipedia)

Home sweet home...chi non si batterebbe
per difendere un simile idillio?
Il mio commento:
Come promesso, più volte mi sa, nei vari "Most wanted", ho finalmente recuperato il film in questione e mi son impegnato a vederlo in un'unica sessione. Il che è, già di per sé, un fatto degno di nota.
Il film inizia esattamente dove finiva il precedente Banlieue 13 per poi sospendersi e mostrare l'indicazione "tre anni più tardi..."
Dopo un movimentato e vivace video introduttivo, lo spettatore vine fatto ambientare nella nostra Banlieue di fiducia dove si respira un'atmosfera tesa e ogni etnia (o giù di lì...) si è ricreata il proprio habitat e gestisce il proprio ghetto. Quasi che il distretto fosse un mondo a sé, staccato da Parigi e dalla Francia. Dentro ci vivono solo poracci che rispettano proprie regole e dinamiche sociali.
Per qualche motivo, come accadeva nel primo film, questa situazione di apparente equilibrio non è più ritenuta idonea: da un lato c'è chi vorrebbe l'abbattimento del muro di cinta (vedi Leïto), che separa fisicamente il mondo civile da quello barbarico della Banlieue; dall'altro c'è chi vorrebbe radere al suolo tutto per costruire nuovi edifici, quartieri ecc... 
Il dinamico duo,
praticamente dei baldi giovanotti
che vivono per l'azione
Ora, se i primi semplicemente emigrassero e i secondi portassero altrove le proprie brame edilizie, tutto sarebbe sistemato ... ma il film non avrebbe luogo. Ecco allora che si innescano losche macchinazioni, cospirazioni ed esplosioni di tensioni sociali così che la trama decolli.
In effetti, la sceneggiatura, firmata da Luc Besson, propone una storia molte veloce ed easy, sulla quale non occorre riflettere troppo, però credo ammicchi a certe situazioni legate alla ghettizzazione e alla gestione dell'immigrazione, in Francia, su cui forse si dovrebbe riflettere. E per la cui sistemazione, forse, sarebbe più facile effettuare un reset più che cercare di arginare dinamiche "vecchie" e difficili da cambiare.

mercoledì 12 giugno 2013

..:: Viaggio a Qingdao, Cina (3) ::..

Proseguiamo, io e voi intendo, con le mie dissertazioni in merito al recente viaggio in Cina. Questa volta parliamo di...

Cibo, ovvero cosa e come si mangia in Cina:
Malgrado il titoletto, rimarrò volutamente (anche perché, in fin dei conti, sono 'gnurant) vago e generico e ne approfitterò solamente per spendere qualche parola sulle mie esperienze gastronomiche in quel di Qingdao. Ovviamente, essendo stata la mia permanenza in terra cinese limitata alla sola zona dell' "isola verde", quello che ho potuto assaggiare rappresenta una piccola parte del patrimonio culinario cinese e, per di più, circoscritto alle sole sfumature e ricette della zona. Un po' come accade qui da noi, ogni regione ha le sue peculiarità e preferenze in fatto di sapori e accostamenti e una persona che sa se ne accorge.
Comunque sia, la cucina cinese si è rivelata una continua scoperta, niente a che vedere con quella dei ristoranti e wok-sushi che proliferano qui (che però non mi spiacciono affatto). 
In primis, mi spiace darvi questa delusione, il riso non è l'unica pietanza che i cinesi servono o di cui si nutrono. C'è, per carità, viene proposto sia come piatto a sé che come surrogato del pane, così come l'acqua di cottura viene utilizzata come bevanda, ma non di solo riso vivono in Cina. Il pane pure esiste e viene proposto in forme e gusti diversi: ho ancora in mente le mega-pagnotte di pane bianco che ci son state servite in un ristorante di Laoshan. Già ero satollo e per un attimo ho temuto che si trattasse di porzioni (da kg) individuali...
In secondo luogo, il riuscire a maneggiare le bacchette risulta essere gradito, un buon segnale di apertura che un occidentale può dimostrare nei confronti dei commensali cinesi che, magari, l'hanno invitato a tavola. E sì, anche loro certe cose (tipo i ravioloni) le infilzano per agevolare il viaggio piatto-bocca tuttavia, per le pietanze più insidiose, esiste un antico e letale strumento di morte che nessun occidentale immagina ogni qualvolta chiude gli occhi e pensa a come, di solito, mangiano in Cina. Mi riferisco al temibile cucchiaio!!!
Altri aspetti che mi hanno piacevolmente colpito sono poi la comunione del cibo, nel senso che a tavola il concetto di "pietanza privata" viene sospeso a favore di una più cordiale condivisione del cibo che viene quindi posto al centro della tavola e messo a disposizione dei vari commensali. E badate bene ad assaggiare un po' di tutto e a porre attenzione a ciò di cui farete incetta: loro vi osservano...
Succo di banana...dolcissimo...
Tanto più che, se siete ospiti a pranzo, mangerete fino a esplodere. Ospitalità, per loro, significa anche questo, portare in tavola 10-15 portate e invitarvi a nutrirvi fino a raggiungere la sazietà cosmica. Dopodiché ci si alza e si prosegue con le altre attività in programma, senza caffè, digestivi o pennichella...attivi, su su!!! 
Questa condivisione, dicevo, si estende pure all'abbeveraggio, ma solamente per la parte alcolica. Mentre la bevanda analcolica rimane a disposizione e accessibile durante tutto il pasto, e ciascuno può ricorrervi quando gli pare, per birra (sì, esiste la birra!) e vino (ed esiste pure il vino, anche italiano se volete!) invece ci sono regole da rispettare. Fondamentalmente, o si beve tutti assieme prodigandosi in brindisi più o meno all'ultimo goccio di alcol (gan-bei!) o non si beve affatto. Per cui, e mi rivolgo al notoriamente astemio popolo veneto, che aspettate a introdurre una simile tradizione pure qui da noi? Importiamo un sacco di cose dall'estero, perché questa no?
Ah, e non pensiate che a centro tavola ci stiano succhi di frutta, Coca-cola, Fanta o simili bevande edulcorate con conservanti e coloranti dai dubbi effetti collaterali. No, no, semmai ci stanno delle teiere e nella tazza di cui ogni commensale è munito vi ritroverete solo acqua calda o thé. Liquidi serviti a una temperatura media pari a quella di fusione del palladio. Ma tranquilli, non appena ne avrete bevuto anche solo un sorso, qualche baldo commensale o cameriere provvederà a rabboccarvi la tazza così che abbiate sempre qualcosa di caldissimo a portata di mano. E occhio alle mani, perché qualche volta spandono....e urlare a tavola non sta bene...

martedì 11 giugno 2013

Il dittatore

Titolo: Il dittatore
Regia: Larry Charles
Anno: 2012
Genere: comico
Cast: Sacha Baron Cohen, Anna Faris, Ben Kingsley, Jason Mantzoukas, John C. Reilly, Megan Fox

La trama in breve:
Haffaz Aladeen è il dittatore di Wadiya, paese immaginario del nord Africa. Capriccioso e volubile, il generale e supremo leader partecipa (e vince) alle sue olimpiadi, recita nei suoi film, comanda un esercito di (belle) donne, le colleziona nel suo letto e dentro una polaroid, detesta le bombe spuntate e adora le armi chimiche, ha il vizio delle pene capitali, dei cartoni animati e della Wii. Antidemocratico e orgogliosamente idiota, Haffaz Aladeen è 'invitato' dalle Nazioni Unite a dimettersi. Risentito e ostinato a mantenere le redini del proprio paese, partirà alla volta degli Stati Uniti per rispondere davanti al mondo delle proprie (male) azioni. Ma una congiura di palazzo, cambia il corso degli eventi. Sopravvissuto e sostituito da un sosia più scemo di lui, Haffaz Aladeen vagherà per Manhattan, scoprendo i piaceri della democrazia.  (fonte mymovies)

Il mio commento:
Visto di recente (in due parti), nonostante sia un estimatore del buon folle Sacha Baron Cohen, che comunque lo reputo un grande, confesso di esser rimasto deluso dal film in questione. Mi aspettavo decisamente di più. Ok, lo so che si tratta di un prodotto dal basso profilo proposto per "esorcizzare" certe figure, in particolare dittatori del calibro di Saddam Hussein o Gheddafi, con frequenti puntatine a gente quale Osama Bin Laden. Mi rendo anche conto che la visione de "Il dittatore" può avere un sapore differente rispetto alla nazionalità di appartenenza e che probabilmente un americano statunitense medio ci sghignazza sopra mentre un arabo, credo, affatto. Un italiano, invece, potrebbe avere atteggiamenti contrastanti e insospettabili.
Per come la vedo io, dal film emerge solo una gran confusione, tanta voglia di ridicolizzare "demoni" che tanto spaventano l'America gli USA e, purtroppo, un fritto misto di luoghi comuni e stereotipi che evidenziano, come dire, una profonda conoscenza del mondo. In particolar modo, è molto confusa la nazionalità, appunto, del protagonista e dei suoi collaboratori quasi che Africa e tutto il Medio Oriente siano un'unica massa indistinta.

domenica 9 giugno 2013

..:: Storie di Confine ::..

Titolo: Storie di Confine
Autore: Autori Vari
Editore: Wild Boar
Genere: racconti di genere fantasy, sci-fi, fantastico
Pagine: 302

Il progetto:
Storie di Confine è nata dall'intento comune dei suoi curatori di fornire un aiuto concreto a chi assiste i sofferenti della Terra senza distinzioni di alcun genere. L'antologia ha visto convergere gli sforzi di tanti creativi della scrittura e dell'illustrazione, più e meno noti, tutti uniti dalla voglia di trasformare la propria creatività in un atto concreto per un fine benefico. Come tema conduttore abbiamo scelto il 'confine', inteso sotto ogni possibile accezione e da rendere in chiave fantastica.
È stato un lungo cammino quello che ci ha portato sin qui, ma abbiamo ancora molta strada da percorrere. Ora, tutti noi, abbiamo l'occasione di superare insieme un nuovo limite e far incontrare la creatività fantastica e il mondo del volontariato umanitario.
Storie di confine si può acquistare presso lo shop on line WildBoar, al seguente indirizzo.

Dalla quarta di copertina:
L'idea è nata nel 2011: osservavamo il mondo che si mobilitava a seguito delle molteplici crisi che avevano visto impegnate in prima linea varie associazioni, capaci di fornire assistenza alle vittime di conflitti, ai terremotati/irradiati di Fukushima, ai migranti sbarcati a Lampedusa... mentre noi vi assistevamo fermi davanti ai nostri monitor. Cosa può fare, ci siamo chiesti, chi non opera sul campo ma sulla tastiera di un pc? La soluzione si è materializzata nell'idea di concretizzare la nostra passione, realizzando qualcosa che parlasse di un problema di fondo comune a molte di quelle situazioni che ci trovavamo a osservare: i Confini.

Ecco quindi la raccolta di racconti fantastici Storie di Confine, ideata e realizzata al fine di fornire un aiuto a Medici Senza Frontiere.


Il mio commento:
In primis devo ammettere che, in quanto membro dell'associazione TdC, non ero esattamente tra i sostenitori dell'iniziativa che ha portato alla concretizzazione del concorso letterario Storie di Confine e, seppure non abbia seguito in prima persona le vicende (non propriamente lineari, a mio modo di vedere...) che hanno portato alla pubblicazione della raccolta, personalmente credo che il lavoro svolto sia di ottimo livello e che la selezione proposta sia molto valida.
Vi invio quindi a dare una possibilità a questo libro sebbene, me ne rendo conto, il prezzo di vendita non sia bassissimo. Ma è per una buona causa in quanto l'intero ricavato andrà devoluto in beneficienza :-)

sabato 8 giugno 2013

..:: Human Traffic ::..

Titolo: Human Traffic
Regia: Justin Kerrigan
Anno: 1999
Genere: Commedia
Cast: Lorraine Pilkington, John Simm, Shaun Parkes, Danny Dyer, Nicola Reynolds

La trama in breve:
Modelli della gioventù rabbiosa e disillusa dell'Inghilterra di questi anni, cinque ventenni di Cardiff consumano passivamente la loro settimana feriale - tra un lavoro precario e la disoccupazione professionale - in attesa del weekend, con il suo rituale di ballo e di sballo celebrato in discoteca, tra una pasticca di ecstasy ed un amore fugace. Non possono dirsi felici, ognuno alle prese coi suoi problemi. Tutto sino al fatidico weekend. Justin Kerrigan, regista venticinquenne, debutta nel lungometraggio con quello che lui stesso ama definire il primo "film-rave" mai realizzato.  (fonte comingsoon)
Il mio commento:
Avete presente Trainspotting? Ecco, al primo impatto, la visione di questo film mi ha fin da subito ricordato le peripezie e la narrazione spesso in soggettiva di Ewan McGregor nel succitato film di Danny Boyle. 
Al contempo, Human Traffic si caratterizza come prodotto a sé, con alcuni punti in comune ma fondamentalmente diverso da Trainspotting.
Al centro della scena troviamo cinque ragazzi e il loro weekend all'insegna dello sbando. Dopo una settimana vissuta blandamente e con insofferenza, schiacciati in un ruolo che non sentono proprio in qualità di commessi o lavoratori, lo svago del weekend diviene l'unica via di salvezza, il modo per affermarsi e per cercare quell'individualità che il quotidiano sembra voler affogare. Una ricerca, un'evasione, vedetela come volete, che però non viene vissuta esattamente in modo sobrio e pulito, bensì stordendosi di droga e alcol, transumando da un locale a un altro, da un party a un altro rave, e cedendo al proprio io interiore, alle proprie paranoie, alla propria libera e semplice voglia di vivere. 
Ecco allora che si mescolano vicende personali più o meno felici, una storia d'amore in fieri, alienazione e tanta solitudine alternando momenti reali ad altri "virtuali", talvolta con effetti vagamente deliranti come i "factsmen" che appaiono dal nulla per dialogare (istruire?) con gli spettatori, prima, e perdersi nella frenesia della festa, poi.
Tra gli aspetti che più mi hanno colpito, al di là del ritmo e della regia, sempre molto vivace e nervosa, vi sono la sincerità e la schiettezza che emergono dalle vicende proposte, un'onestà che quasi ferisce e che si avverte soprattutto per il modo in cui i personaggi chiamano in causa lo spettatore, facendolo sentire parte del contesto in cui essi stessi interagiscono.