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sabato 30 ottobre 2021

Smetto quando voglio - Ad honorem

Titolo:
Smetto quando voglio - Ad honorem
Regia: Sydney Sibilia
Anno: 2017
Genere: commedia
Cast: Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero de Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Marco Bonini, Rosario Lisma, Giampaolo Morelli, Peppe Barra, Luigi Lo Cascio, Greta Scarano, Valeria Solarino, Neri Marcorè, Guglielmo Poggi, Claudio Corinaldesi


La trama in breve:
Atto finale della trilogia diretta da Sydney Sibilia, Smetto quando voglio: Ad honorem vede la banda di cervelloni incompresi, capitanata dal neurobiologo Pietro Zinni (Edoardo Leo), riunirsi per l'ultima sconsiderata impresa. Dietro le sbarre del carcere di Rebibbia, i galeotti fregiati di titoli accademici escogitano un modo per evadere di prigione e sventare i piani del terribile Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio), intenzionato a fare una strage (fonte comingsoon)


Il mio commento:
avendolo visto recentemente (a puntate), volevo spendere due parole su questo terzo atto della serie di film "Smetto quando voglio" in quanto, a mio avviso, un discreto prodotto nel panorama cinematografico nostrano.
Il primo film, lo Smetto quando voglio del 2013, rimane quello più memorabile e riuscito, ben costruito e ironico. Il secondo capitolo (Masterclass...che ero convinto di aver citato nel blog ma evidentemente così non è) e questo terzo sono invece stati realizzati praticamente assieme, per concludere degnamente la storia, minimizzare i costi e massimizzare la resa. 
In Masterclass, complice anche la necessità di presentare nuovi personaggi, probabilmente c'è stata una minor linearità e spigliatezza, ma si è rivelato un buon film, nel quale i nostri protagonisti son in qualche modo scesi a patti con le forze dell'ordine nel tentativo di sgominare bande di spacciatori. Il tutto per introdurre il villain dell'atto finale, ovvero quel Walter Mercurio che vuol fargliela pagare alle istituzioni e alle persone che contano per quanto subito. E in ciò emerge il dramma di una meritocrazia inesistente, di promesse mai mantenute ma utilizzate per far bella figura (politica) di fronte a media e investitori, di persone invece meritevoli costrette a compiere miracoli con mezzi e risorse irrisorie. Talenti che non vengono per niente calcolati dal sistema, che non trovano posto in qualche disegno di sviluppo e crescita culturale/scientifica/strategica del Paese. Per cui, o soccombono, o mollano, o si reinventano in altri ruoli, come accadeva ai nostri protagonisti nel primo film.
Naturale che come altra opzione sorga anche rabbia e voglia di farla pagare, soprattutto quando si diventa vittime o si perdono persone care, oltre che progetti e anni di studio. E' il caso di Murena (Neri Marcorè), "cattivone" incrociato nel primo film, che vien praticamente sbeffeggiato da avvocati e periti dopo aver subito ustioni e danni fisici di vario tipo con scuse banali e ignobili ("non aveva le scarpe anti-infortunistica") che in questo terzo atto diventa una sorta di alleato dei nostri ma, al contempo, quasi l'emblema della morte per quanto è cupo. 
Ma è anche il caso di Walter Mercurio che sbaglia certamente nei modi (fare una strage non è mai una soluzione) ma per il quale è anche difficile non simpatizzare dopo la visione del flash back esplicativo del suo passato, e di quello di Murena.

sabato 13 marzo 2021

Toc Toc

Titolo:
Toc Toc
Anno: 2017
Regia: Vicente Villanueva
Genere: commedia
Cast: Paco León, Alexandra Jiménez, Rossy de Palma, Oscar Martínez, Nuria Herrero, Adrián Lastra, Inma Cuevas, Ana Rujas, Carolina Lapausa,Iván Cózar


La trama in breve:
Alcuni pazienti con un disturbo ossessivo compulsivo si ritrovano a sopportare le reciproche stranezze mentre attendono il medico ritardatario (fonte Netflix)


Il mio commento:
Visto circa 8-10 giorni fa, più che altro per rilassarci e svagarci visto il periodo di attesa a cui ci stavamo abituando io e Silvia, questo Toc Toc si è rivelato una gustosa e spassosa commedia che ci ha strappato ben più di qualche risata ^__^
Sembra quasi una rappresentazione teatrale, visto che la maggior parte delle scene si sviluppano all'interno della sala d'aspetto/studio dello psicologo a cui si rivolgono i 6 protagonisti della storia, tutti differenti tra loro ma, ovviamente, con alcuni disturbi. Abbiamo Blanca, su cui si concentra gran parte del trailer, maniaca della pulizia; Ana Maria invece è molto religiosa e maniaca del controllo; Liliana che invece ripete due volte parole e frasi; Emilio invece che non può fare a meno di contare (ed è pure parecchio bravo) e presenta anche qualche problema legato all'accumulo di oggetti; Otto invece non può calpestare le linee ed è maniaco della simmetria; infine abbiamo Federico, con la sindrome di Tourette. Inutile dire che quest'ultimo regala grandi momenti di delirio a causa della sua impossibilità nel frenare turpiloquio e gestacci inconsulti. Anche se, personalmente, è bastato pure il flashback sulla sua vita e sul suo tentativo di allevare pappagalli e altri uccelli "parlanti"...diciamo che non è stato un progetto riuscitissimo. 
Ad ogni modo, la folle interazione tra i vari personaggi, che nell'infinita e vana attesa dello psicologo, a turno si confidano e mettono a nudo le proprie problematiche e difficoltà che, inevitabilmente, condizionano e molto la loro vita e socialità. Nel tentativo di aiutarsi vicendevolmente riusciranno ad aprirsi e a capirsi un po' di più, arrivando a qualche timida svolta nella propria vita. Anche se, ovviamente, il percorso si rivela scanzonato e delirante, con sequenze di dialoghi e comportamenti a mio avviso molto divertenti ed esilaranti, anche perché in qualche modo "si contaminano" a vicenda regalando momenti davvero molto comici.

giovedì 31 dicembre 2020

Dio esiste e vive a Bruxelles


Titolo: Dio esiste e vive a Bruxelles
Titolo originale: Le Tout Nouveau Testament
Anno: 2015
Regia: Jaco Van Dormael
Genere: commedia, fantasy
Cast: Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau, Laura Verlinden, Serge Larivière.

La trama in breve:
Dio non è morto, come diceva Nietzsche, ma è vivo, vegeto e risiede a Bruxelles. Il Padre eterno sta tutto il giorno davanti al computer cercando di rovinare il più possibile la vita agli uomini. Una moglie che non ama e che a sua volta ubbidisce senza battere ciglio, un figlio scappato di casa per fondare religioni (rinominato con l’acronimo J.C.) e una bambina avventurosa, compongono la Sua famiglia. (fonte cinemaniaci)

Il mio commento:
Ne approfitto per spendere qualche parola su questo piccolo capolavoro, visto qualche settimana fa su consiglio di un collega appassionato di cinema. 
Un film che già dalla trama fa capire di essere fuori dagli schemi, provocatorio e interessante. Certamente non adatto a persone molto religiose, che credo potrebbero ritenersi offese, ma che possiede una certa vena artistica. Non a caso ha ottenuto vari riconoscimenti ed è stato candidato agli Oscar per la categoria miglior film straniero.
Dio esiste e vive a Bruxelles è infatti un film suggestivo e poetico, molto intrigante e anche comico, per certi versi.
Il pretesto narrativo è dato da Ea, figlia di Dio, che, scoperto che il padre non è amorevole e premuroso verso gli uomini, bensì meschino e crudele, si ribella a lui, scappando di casa per recarsi sulla Terra. Ma non prima di aver inviato a tutti un SMS con indicata la data della propria morte. C'è quindi chi scopre di avere pochi minuti chi molti anni a venire, con inevitabili ripercussioni personali e sociali. 
Ea si mette inoltre alla ricerca di "suoi apostoli", seguendo l'esempio di suo fratello J. C., e attorno ad essi si innesta la narrazione del film, portando in scena persone più o meno comuni, non certamente "campioni" di virtù. 
Sulle sue traccia si mette ovviamente Dio, per cercare di rimettere le cose in ordine, rivelandosi non solo un incapace ma finendo pure vittima delle crudeltà e delle sfighe che ha permesso o "voluto" su questa Terra.

domenica 6 settembre 2020

Tao - La legge universale della natura

Titolo
: Tao - La legge universale della natura
Autore: Silvia Canevaro
Editore: KeyBook
Genere: divulgativo, saggio
Pagine: 95

Descrizione:
Il Tao è un'astrazione metafisica che indica la legge universale della natura. In tal senso esso è indicibile, ineffabile e indeterminato e può essere spiegato solo allusivamente.
Il termine Tao che letteralmente significa la "Via" o il "Sentiero" e si pronuncia Dao è uno dei concetti fondamentali della tradizione culturale, filosofica e religiosa cinese.
Secondo la filosofia taoista, l'uomo si deve lasciare trasportare dalla corrente indicata dal Tao indispensabile per sviluppare le proprie qualità innate e compiere così la missione della propria esistenza.
Va da sé che la religione e la filosofia taoista attribuiscono massimo valore alla vita individuale.
L'uomo percorre il sentiero cercando di equilibrare i due princi dinamici fondamentali del Tao: lo Yin (il polo negativo, collegato alla femminilità, alla passività, al freddo e all'oscurità) e lo Yang (il polo positivo, collegato alla mascolinità, al movimento, al calore e alla luce).  (fonte macrolibrarsi)


Il mio commento:
Avevo adocchiato questo libro in una chat quindi, incuriosito, l'ho recuperato e letto in pochi giorni.
Non si tratta infatti di un testo corposo né pesante tuttavia risulta interessante e accattivante nel suo presentare concetti legati al Tao, al taoismo e alla cultura cinese. La presenza di focus di approfondimento e l'organizzazione per aree tematiche, che coprono ambiti quali il benessere, la meditazione, le arti marziali, l'ecologia, l'alimentazione, la sessualità, il management, l'economia permette di farsi un'idea generale su concetti che magari ci sono vagamente noti e che vengono analizzati anche in ottica taoista, ovvero con rimandi alla ricerca di un equilibrio e a una profondità universale ben lontane dalle logiche e dall'artificiosità frutto frutto dell'azione umana. 
Non ci sono velleità di imporre o propinare verità al lettore: si avverte l'intento di insegnare e di condividere, ma in modo rispettoso e sereno. 

domenica 9 agosto 2020

Natalino Balasso - Velo di Maya

Giovedì scorso, a Camisano Vicentino, in piazza, anche se solitamente preferisce il teatro, si è esibito Natalino Balasso. Si trattava del recupero dello spettacolo del 29 aprile. Per me è stata la seconda volta in cui ho potuto assistere a uno spettacolo di e con il comico vento, precedentemente l'avevo visto a teatro a Camposampiero, con Stand Up Balasso. Probabilmente, sarà stato il contesto sarà stata che era la prima volta che lo vedevo dal video, ma l'impressione di gradimento complessivo è stata migliore con Stand Up  Balasso, fermo restando che anche la performance dell'altra sera è stata più che buona. 

Un uomo solo sul palco, capace di catturare l'attenzione, di intrattenere e provocare, giocando con la propria cadenza veneta e i richiami al dialetto, ma proponendo riflessioni e critiche su quella che è la nostra percezione della realtà. Ecco allora rimandi all'infanzia, all'educazione, al rapporto con i media, a quello con la religione e con le istituzioni. ma anche estratti di notizie recenti, di portata locale o internazionale, giusto per approfondire o condividere qualche chiave di interpretazione. Sa tenere il palco, innegabile, anche se effettivamente c'è contesto e contesto in quanto il teatro è meno dispersivo e presenta meno distrazioni esterne (come il bar, il campanile...le zanzare..). Confesso anche che era da un po', complice il lock-down, che non mi capitava di assistere ad uno spettacolo (ma anche concerto, film al cinema, ecc...) ed è una sensazione strana trovarsi prima assieme, in coda, con altri sconosciuti, e poi improvvisamente distanziati, a un posto di distanza. 

venerdì 17 luglio 2020

Capitan Turchese Malasorte

Titolo: Capitan Turchese Malasorte
Autore: Matteo Pilotto, Giacomo Simioni
Editore: TgBook
Genere: narrativa
Pagine: 316

La trama in breve:
Questo è il grande tesoro del libro, di capitan Turchese Malasorte, scorci di vita che hanno lasciato una celeste moneta. A volte sarà un'impresa ardua, o quasi impossibile trovarla, mentre altre vi basterà un gesto semplice come girare la pagina. Ora che il tesoro è stato svelato, non vi resterà che andarlo a cercare.


Il mio commento:
Ho acquistato questo libro nel dicembre del 2018, ed è rimasto lì in attesa fino a poco fa. Confesso anche che era un po' che non leggevo un libro su carta e, sinceramente, confesso che il formato ebook è decisamente comodo.
Tuttavia questo era disponibile in questo formato vicino alle casse del negozio del centro Papa Giovanni XXIII di Carmignano di Brenta, presso cui io e Silvia eravamo andati a cercare idee per le bomboniere del matrimonio. Poi abbiamo effettuato un'altra scelta, rimanendo sempre nell'ambito delle cooperative, tuttavia in quell'occasione mi ero imbattuto in questo libro e, considerando che il ricavato delle vendite serviva a finanziare progetti della cooperativa ho deciso di dar fiducia al testo.
Ora, ad essere franco, non è che sono completamente soddisfatto della lettura, nel senso che c'è qualche imprecisione da sanare e che mi sembra manchi un po' di coesione e approfondimento, tuttavia è pur vero che il libro precedente era Dune e che si tratta di un'opera indipendente.
Quella proposta è comunque una storia che mescola molta finzione e un pizzico di realtà, ambientato in un mondo simil-moderno ma con contaminazione fantastiche prese dai romanzi/film d'avventura di genere piratesco, su tutti credo che la serie Pirati dei Caraibi abbia l'influenza maggiore. 
Le vicende si concentrano su Capitan Turchese Malasorte, in viaggio per il mondo, che se la vedrà con personaggi strampalati incontrati qua e là, demoni e pericoli mortali, fino a giungere allo scontro finale con il cattivone di turno che tiene prigioniera la bella Annamaria di cui il nostro protagonista è decisamente invaghito. In tutto ciò, ovviamente, trova posto una ciurma strampalata e chiassosa, un po' cialtrona ma di buon cuore.
Qua e là, tra le righe e i personaggi descritti, si intravede qualche scorcio di episodi di vita vissuta nel contesto della cooperativa (credo), riconoscendo magari qualche volto, qualche aneddoto oppure qualche evento rocambolesco capitato alla "ciurma". Ad impreziosire il tutto, ogni tanto, fa capolino qualche disegno per sottolineare qualche episodio particolare oppure tratteggiare qualche volto.

venerdì 15 maggio 2020

Black Mirror (Quinta Stagione)


Titolo: Black Mirror (quinta stagione)
Episodi: 3
Anno: 2019
Genere: fantascienza

La trama in breve:
Come per le precedenti, anche quest'ultima stagione di Black Mirror è costituita da episodi non collegati tra loro e focalizzati sulla deriva tecnologia e i relativi impatti sociali, politici, etici... sulla società.
Gli episodi che compongono la quinta stagione sono solamente 3:
  • Striking Vipers
  • Smithereens
  • Rachel, Jack and Ashley Too


Il mio commento:
Sinceramente, mi aspettavo molto di più. Sono consapevole che non sia facile proporre storie originali o c'entrare sempre le attese degli spettatori ma, rispetto alle precedenti stagioni, questa l'ho trovata molto sotto tono. Probabilmente si salva solo la prima delle tre puntate, Striking Vipers.
Per carità, si tratta comunque di episodi che presentano spunti interessanti su cui si possono innescare varie riflessioni e considerazioni ed è innegabile che a livello di recitazione, regia e fotografia il risultato sia più che buono, però manca quel non so che, quella verve e forza che episodi di altre stagioni hanno saputo proporre per spiazzare o comunque scuotere lo spettatore.
Non so se possa c'entrare il fatto che, tutto sommato, si tratta di episodi poco "fantascientifici" e magari più vicini a dinamiche già presenti nella vita reale. 
Comunque sia, partendo dal terzo episodio, "Rachel, Jack and Ashley Too" si concentra per lo più su dinamiche incentrate sulla figura di Ashley O, popstar / idol che sta attraversando un momento di ribellione ma di cui i fan sono innamorati, tanto che ne è stata fabbricata anche una versione "robot tascabile" perché ognuno possa averla con sé, in casa. La scelta di Miley Cyrus non so se fosse dovuta a una richiesta della stessa attrice o se per evidenti paralleli con la sua carriera, inizialmente sotto la protezione della Disney. Ad ogni modo, al netto di portare in scena il contrasto tra identità di un vip e la sua costruzione a tavolino, condizionata dalla necessità di far prevalere esigenze di marketing e di immagine alla vita reale, troviamo spunti sulla mercificazione delle star, che va ben oltre i limiti della vita - un po' come quando vengono realizzati e proposti video o brani musicali anche dopo la loro dipartita. E ancora qualche spunto sugli show live, mettendo a confronto esperienze più fisiche e personali con esperienze virtuali, con avatar e riproduzioni senza la reale presenza delle star in questione, artifici che la tecnologia ci consente di adottare e che fanno leva su ciò che il pubblico effettivamente vuole o accetta. Spunti interessanti, per carità, attuali anche, però che a mio avviso non vengono trattati in modo particolarmente provocatorio o di impatto...anche se, a dirla tutta, una certa scena poteva portare ad epiloghi ben diversi e, forse, per questo, rivelarsi più incisiva.
Fatto sta, non ho però capito se questa mia insoddisfazione dipende dalla storia proposta o se, invece, perché si tratta di dinamiche con cui già facciamo i conti e a cui siamo abituati, complici gli effetti speciali al cinema o campionature musicali rielaborate, o che magari richiamano anche altre storie (ad esempio Simone, ma solo per la parte di costruzione e virtualizzazione dei "vip")

domenica 13 maggio 2018

Altered Carbon

Titolo: Altered Carbon
Episodi: 10
Anno: 2018
Genere: sci-fi, hard boiled
Cast: Joel Kinnaman, James Purefoy, Martha Higareda, Chris Conner, Dichen Lachman, Ato Essandoh, Kristin Lehman, Trieu Tran, Renée Elise Goldsberry

La trama in breve:
È l'anno 2384, l'identità umana può essere codificata come I.D.U. (Immagazzinamento Digitale Umano) e caricata su supporto detto "pila corticale" inserito chirurgicamente nella colonna spinale, e trasferito da un corpo all'altro: ciò permette agli esseri umani di sopravvivere alla morte fisica facendo in modo che i ricordi e la coscienza siano "inseriti" in nuovi corpi sintetici, clonati o naturali, che vengono considerati come mere custodie della mente. Questa tecnologia tuttavia è molto costosa e non alla portata di tutti, inoltre alcuni per convinzione religiosa (Neo-Cattolici) la rinnegano. La distruzione della pila comporta la "vera morte" ovvero la morte dell'identità oltre che della custodia. I viaggi interstellari vengono cosi resi possibili trasmettendo il contenuto della pila col procedimento definito "agotransfer" (orig. "needlecasting" riferimento al calco di una statua riempito a siringa) mediante il quale la coscienza viene trasferita da una custodia su un pianeta ad un'altra su un altro pianeta. Le persone più ricche e potenti del mondo, i "Mat" (orig. "Meth" in riferimento a "Methuselah"), sono gli unici a potersi permettere infinite custodie e backup delle I.D.U., il che li rende virtualmente immortali, quasi degli Dei, con un seguito di "credenti". Takeshi Kovacs, un ex combattente di padre slavo e madre giapponese di speciali unità militari chiamati "Spedi" (orig. "Envoy" ovvero soldati "inviati" o "spediti") che si oppongono al Protettorato, viene ucciso e la sua pila relegata in stasi carceraria. Viene però innestato dopo 250 anni dalla morte in una nuova custodia che era in precedenza il corpo di Elias Ryker, agente di polizia di Bay City (l'antica zona di San Francisco), per volere di Laurens Bancroft, un facoltoso e potente aristocratico Mat dall'età di oltre 360 anni, che si è apparentemente suicidato, perdendo tutti i ricordi dall'ultimo backup cioè delle 48 ore antecedenti la morte. L'uomo è convinto di non essersi suicidato e ingaggia lo Spedi per indagare su quello che ritiene un omicidio.  (fonte wikipedia)






Il mio commento:
Premesso che non ho letto il libro di Richard K. Morgan da cui la serie è tratta, e che probabilmente sarà "leggermente" diverso da questa sua controparte televisiva, devo dire che son rimasto relativamente soddisfatto da questa serie. Leggendo qua e là, nel web, i pareri son discordanti e tendono a premiare più il lato estetico rispetto alla trama in sé, anche se, per quel che ho visto, varie recensioni e commenti riportano la data di febbraio o marzo, per cui proprio a ridosso dell'uscita della serie. Ordunque, mi vien da pensare di aver visto qualcosa d'altro...o di essere uno spettatore dannatamente sempliciotto.
Per quanto mi riguarda reputo Altered Carbon piuttosto articolato e intrecciato dal punto di vista della trama, della regia e degli spunti offerti ma son d'accordo che forse varie parti son state gestite più per conquistare l'occhio dello spettatore che altro. I corpi, nel film, sono una sorta di accessorio, un oggetto, e non ci si fa scrupolo nel mostrarli, nel concederli o nel trascurarli: in fondo, in un contesto in cui li si possono cambiare senza problemi perché curarsene troppo? 

domenica 3 dicembre 2017

Black Mirror (Prima Stagione)

Titolo: Black Mirror (prima stagione)
Episodi: 3
Anno: 2011
Genere: thriller, fantascienza

La trama in breve:
Trattandosi di una serie antologia, ogni episodio rappresenta un nucleo narrativo a sé, indipendente dagli altri: riporto stralci di trama recuperati da wikipedia.

Messaggio al Primo Ministro / The National Anthem: L'episodio pilota della serie è un thriller politico durante il quale il primo ministro del Regno Unito, Michael Callow, affronta un enorme dilemma scioccante, quando la principessa Susannah, duchessa di Beaumont e membro molto amato della famiglia reale, viene rapita: affinché ella ritorni a casa sana e salva, il primo ministro deve avere un rapporto sessuale con un maiale in diretta nazionale alle ore 16 del giorno stesso. Callow si oppone con forza al soddisfacimento di tale richiesta e fa tutto il possibile per catturare il rapitore prima della scadenza dell'ultimatum. Callow ordina inoltre che la notizia non raggiunga la gente, ma il video della richiesta di riscatto è stato caricato su YouTube e, nei soli 9 minuti in cui è stato online prima della rimozione, è stato visualizzato e scaricato da parecchi cittadini britannici. Anche se i media inglesi inizialmente concordano sul fatto di non riportare la notizia, essa raggiunge presto i canali d'informazione stranieri, che iniziano subito a divulgarla, e i media inglesi fanno altrettanto. La popolazione inizia a vedere positivamente il primo ministro, disposto a sacrificarsi per il bene della principessa. 

15 milioni di celebrità / 15 Million Merits: Quest'episodio è ambientato in una versione distopica di una realtà futura, in cui tutti devono pedalare su delle cyclette per poter dare energia a ciò che li circonda e in cambio ottenere una valuta chiamata Merito. Tutti indossano una tuta da ginnastica grigia e possiedono un avatar virtuale che si può personalizzare con vestiti per pochi Meriti. In questo mondo le persone sono costantemente circondate da schermi con programmi televisivi e pubblicità e, se si tenta di chiudere gli occhi, un rumore fastidioso e un avviso obbligano a tornare alla visione. Gli obesi vengono considerati cittadini di serie B, e lavorano, vestiti con una tuta gialla, come spazzini attorno alle macchine (dove subiscono abusi verbali) o vengono umiliati nei giochi a premi. Le persone dormono in cubicoli cosparsi di schermi: spendendo dei Meriti è possibile saltare le pubblicità, e i Meriti servono per qualsiasi servizio quotidiano, dal dentifricio al cibo. Due tra i programmi che vanno per la maggiore sono "Wraith Babes", una trasmissione pornografica, e "Hot Shots", un seguitissimo talent show.

Ricordi pericolosi / The Entire History Of You: Il terzo ed ultimo episodio della prima stagione è ambientato in una realtà alternativa, dove la maggior parte delle persone ha un "grain" impiantato dietro l'orecchio, che registra tutto ciò che si fa, vede o sente. Ciò permette ai ricordi di essere riprodotti davanti agli occhi del proprietario o su uno schermo attraverso un processo conosciuto come "re-do", esattamente come dei video. Sembra che questo grain venga impiantato fin da neonati, ma che una persona possa decidere di farselo rimuovere. Liam Foxwell, un giovane avvocato, partecipa ad un colloquio di lavoro che, secondo lui, non è andato bene. Dopo esser andato via dall'incontro, egli ne riproduce il ricordo e si sofferma su una frase apparentemente non sincera usata dal suo datore di lavoro. Raggiunge la moglie Ffion ad una cena organizzata da alcuni amici e conoscenti e la vede parlare con un uomo, che non riconosce, e che lei presenta come Jonas. A cena, Jonas si palesa come un uomo single e sciupafemmine, e parla sempre più francamente della propria vita privata e dice apertamente di masturbarsi mentre rivede i rapporti sessuali avuti nelle proprie relazioni precedenti, anche mentre il suo flirt della serata lo aspetta in camera. Durante il pasto, Liam diventa sospettoso di quanto amorevolmente Ffion sembri guardare Jonas e lo diventa in special modo quando lei ride ad una battuta di Jonas, non così divertente.

Il mio commento:
Era da un po' che sentivo parlare di questa serie ma, per un motivo e per un altro, l'avevo lasciata perdere. Recentemente ho però avuto l'occasione di vederla, confortato dal fatto che, una volta selezionata su Netflix, mi son reso conto che era composta da solo 3 episodi. "Solo" per modo di dire visto che si tratta, fondamentalmente, di tre film ben realizzati, tosti e densi sotto più punti di vista.

giovedì 16 febbraio 2017

Smetto quando voglio

Titolo: Smetto quando voglio
Regia: Sydney Sibilia
Anno: 2013
Genere: commedia
Cast: Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero de Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Neri Marcorè, Guglielmo Favilla

La trama in breve:
Roma, i nostri tempi. A un ricercatore universitario viene negato il rinnovo dell'assegno di ricerca; ha 37 anni, una casa da pagare, una fidanzata da soddisfare, molti amici accademici finiti per strada, stesso destino. Pietro Zinni, un chimico, non vuole fare la loro stessa fine, non vuole essere umiliato facendo il lavapiatti in un ristorante cinese, né il benzinaio per un gestore bengalese. Le sue qualifiche e il suo talento non possono essere buttati al vento. Si ingegna e scopre una possibilità ai limiti della legalità: sintetizza con l'aiuto di un suo amico chimico una nuova sostanza stupefacente tra quelle non ancora messe al bando dal ministero. La cosa in sé è legale, lo spaccio e il lucro che ne derivano no. Ma fa lo stesso, i tempi sono questi. Pietro recluta così tutti i suoi amici accademici finiti in rovina, eccellenti latinisti, antropologi e quant'altro e mette su una banda. Lo scopo è fare i soldi e vedersi restituita un briciolo di dignità. Le cose poi prendono un'altra piega... (fonte mymovies)

Il mio commento:
Ho scoperto questo film praticamente per caso, tramite la pubblicità del suo seguito - Smetto quando voglio Masterclass - visto al cinema e grazie a un'intervista alla radio di due degli attori del cast, nello specifico Paolo Calabresi e Stefano Fresi. Da qui il pensiero di recuperarmi il primo atto di questa "serie", pensiero poi tramutato in realtà grazie alla sospetta collaborazione di Rai 4 che mi ha programmato il film giusto domenica scorsa.
Ordunque, ne son stato pienamente soddisfatto :-)



Siamo di fronte a un film realizzato con mezzi all'italiana ma il cast e la sceneggiatura proposta sono di buon livello, con una certa personalità e modernità. 
Per qualche strano motivo ipotizzavo che la trama mescolasse qualcosa in stile "Una notte da leoni", forse per via dell'estetica di Stefano Fresi, mentre in realtà il riferimento alla pellicola con Bradely Cooper e Zach Galifianakis non c'entra nulla.
Direi piuttosto che il mix proposto da Sydney Sibilia è molto azzeccato, attuale e per certi versi tragicomico, risultando in un'opera che riesce a strappare qualche sorriso ma che non si prefigura come una storia demenziale. Semmai, gli autori propongono uno scenario abbastanza realistico della situazione italiana dove, complice una crisi economica che si trascina da millenni (e che non verrà mai risolta fino a che non si rivedono drasticamente molte cose) e una sistematica poca attenzione al mondo dei ricercatori e alla valorizzazione delle menti italiane, si assiste al fallimento di certi individui che, invece, per meriti intellettuali e culturali, dovrebbero ambire a ricoprire ruoli di rilievo.
Un po' come nel preambolo di Idiocracy: anche se, quando pensiamo alla società del futuro ci immaginiamo una realtà evoluta, nella quale raziocinio e scienza la fanno da padrone, all'atto pratico, sarà la stupidità a dilagare e le menti colte relegate in un angolo se non addirittura estinte.
Nello sviluppo della trama e nella caratterizzazione dei personaggi emerge anche una certa rassegnazione: sono poveri, disadattati, costretti a impieghi di bassa manovalanza, disposti a digiunare o a mentire ai colloqui.

sabato 21 marzo 2015

Life in a Day

Titolo: La vita in un giorno
Titolo originale:  Life in a Day
Regia: Kevin Macdonald
Anno: 2011
Genere: documentario
Cast: persone qualunque da tutto il mondo

Descrizione:
24 luglio 2010. È questa la data a cui fanno riferimento tutte le immagini che si vedono in questo documentario dall'originale concezione. La società di produzione di Ridley e Tony Scott, in collaborazione con YouTube, aveva chiesto di inviare immagini riprese in quella giornata da tutte le parti del mondo. Hanno risposto filmmaker o videoamatori da 197 Paesi per un totale di circa 80.000 cortometraggi. Una mole immensa di lavoro per i selezionatori che hanno portato il materiale a una durata di 100 ore per poi ridurlo drasticamente agli attuali 95 minuti.  (fonte mymovies)

Il mio commento:
Questa volta la pellicola di cui vado a ciarlare non è un film vero e proprio, con trama e realizzazione discutibili, bensì un progetto collettivo realizzato su iniziativa dei fratelli Ridley e Tony Scott grazie a Youtube e ai contributi di numerosi partecipanti da tutto il mondo. In pratica è un Social Movie globale, per cui non c’è uno sviluppo vero e proprio con uno o più personaggi da seguire, semplicemente viene esplorato il mondo attraverso testimonianze visive raccolte nella medesima giornata. 
Il risultato complessivo è quello di un variegato e suggestivo documentario nel quale si esplorano le diversità e le ricchezze che la razza umana possiede dal punto di vista, appunto, della diversificazione delle culture e dei modi di essere e di sentire.
Il montaggio delinea comunque una certa sequenzialità tra i cortometraggi degli utenti, soffermandosi sui diversi momenti della giornata e proponendo uno scorcio di come vengono affrontati in Occidente, in Africa, in Asia e via dicendo. Il risveglio, la colazione, la nascita, il lavoro, il viaggio… momenti della giornata che per quanto possiamo considerare banali e quotidiani riescono comunque a destare interesse o curiosità solo per il fatto di vederli vissuti da persone altre rispetto a noi, in contesti familiari o ignoti.
Non mancano poi nel film alcune situazioni “forzate”, in cui vengono sottoposti dei quesiti - cosa ami, cosa temi... - e ciascuno dei contributi mostrati permette l’esposizione di un punto di vista. Interessante notare come certe priorità e certe preoccupazioni cambino, a seconda del contesto di vita: se nel Primo mondo le paure più grandi riguardano la perdita del partner, nel Terzo mondo sembra destare maggior preoccupazione il pensiero di riuscire a tornare a casa sano e salvo.

venerdì 20 marzo 2015

Homunculus – L’Occhio dell’Anima

Titolo: Homunculus – L’Occhio dell’Anima
Autore: Hideo Yamamoto
Pubblicato in Italia da: Panini Comics
Numero volumi: 15

Trama
Susumu Nakoshi è un senzatetto che vive in un parco antistante un lussuoso hotel di Tokyo che lui stesso, in passato, ha frequentemente visitato. Misterioso, cinico, d’aspetto piuttosto curato nonostante le misere condizioni di vita, mostra un atteggiamento distaccato da tutti, persino dagli altri clochard. È invece morbosamente legato alla sua utilitaria, che utilizza sia come rifugio che come mezzo di svago, concedendosi gite nel traffico cittadino o in periferia. Quando il veicolo gli viene sequestrato dalla polizia, per poterlo riscattare accetta la generosa proposta di Manabu Ito, eccentrico studente di medicina appassionato di occulto in cerca di una cavia da sottoporre a un delicato esperimento: si tratta di trapanare il cranio [1], praticando un foro in fronte allo scopo di risvegliare il sesto senso e poter percepire presenze sovrannaturali. Malgrado le aspettative e i test condotti, l’intervento non conferisce al paziente le capacità attese; tuttavia Susumu scopre che, se osserva le persone col solo occhio sinistro, l’aspetto di alcune di esse gli appare stranamente mutato.
Analizzando il fenomeno i due comprendono che Susumu è in grado di vedere la manifestazione fisica dell’inconscio, gli ‘homunculus’ [2]: praticamente l’essenza delle persone e la proiezione di sensi di colpa, manie, inadeguatezze e altri risvolti psicologici che condizionano il loro modo di essere e agire. La nuova facoltà indurrà il misantropo protagonista a riprendere contatto con la gente; aiutando perfetti sconosciuti ad affrontare il loro mondo interiore – per lo più con conseguenze drammatiche e non prevedibili – egli scoprirà che ciò che è ora in grado di percepire negli altri rappresenta una sorta di riflesso del proprio io. Questa consapevolezza lo destabilizzerà emotivamente e psicologicamente, guidandolo nell’arduo percorso verso una maggiore conoscenza di sé, fino al difficile confronto con il passato da cui è fuggito.

Commento
Quella narrata nel manga Homunculus – L’Occhio dell’Anima è senza dubbio una storia originale e intensa, priva com’è d’intermezzi comici e sequenze d’azione in grado di allentare o variare la tensione; adatta a un pubblico adulto, la trama procede per lo più grazie a dialoghi e riflessioni, proponendo spesso situazioni forti e disturbanti che potrebbero scoraggiare il lettore medio. Ma l’elevata qualità in termini di contenuti e spunti ripaga ampiamente l’impegno di lettura.
La serie (15 volumi) è stata scritta e disegnata da Hideo Yamamoto tra il 2003 e il 2011, e pubblicata in Giappone sul settimanale Big Comic Spirits, edito dalla Shogakukan; mentre Panini Comics ne ha curato l’edizione italiana, uscita con cadenza aperiodica dal 2005 al 2012 e riproposta in ristampa dal 2011 a fronte del discreto interesse suscitato.
Probabilmente meno conosciuto in Italia rispetto ad autori di seinen quali ad esempio Jirō Taniguchi, Naoki Urasawa e Makoto Yukimura, Yamamoto è un mangaka già noto al pubblico internazionale per opere particolari e difficili da catalogare ma comunque coraggiose e mature. Basti pensare a Nozokiya del 1992, incentrato sul voyeurismo con protagonista un erotomane, e alla successiva serie intitolata Shin Nozokiya del 1994, dove un’agenzia investigativa si occupa di portare alla luce perversioni di criminali e corrotti; due anni dopo, con Okama Hakusho, l’autore affronta invece tematiche quali l’omosessualità e il travestitismo; nel 1997 propone Enjou Kousai Bokumetsu Undou in cui non si lesinano stupri, sadismo e violenza; ma è nel 1998 che Yamamoto realizza una delle sue opere più conosciute e controverse Ichi the Killer (titolo originale Koroshiya Ichi, adattato per il cinema nel 2001 grazie a Takashi Miike), che esaspera argomenti quali il bullismo, la violenza e il sadismo, in una storia ambientata nel mondo degli yakuza. In tempi più recenti, dopo Homunculus, Yamamoto ha collaborato con Hiroya Oku per Yume Onna, volume autoconclusivo che tratta di sogni lucidi.
Considerando il tenore seinen di questi precedenti, anche Homunculus non poteva che collocarsi nella stessa categoria, rivolgendosi a un pubblico maturo e alla ricerca di una vicenda conturbante e stimolante dal punto di vista intellettuale. L’attenzione è orientata in prevalenza all’introspezione, all’analisi dell’individuo e della società ma, rispetto ad altre opere di Yamamoto, l’elemento violenza viene ridotto ai minimi termini: sono gli aspetti psicologici a venire approfonditi e sviluppati. Il tutto confezionato con un ritmo narrativo adeguato, sostenuto da discrete soluzioni stilistiche capaci di creare tensione e coinvolgimento, giocando spesso con toni cupi per ribadire come l’interesse primario sia rivolto agli anfratti più turpi dell’animo umano, ai segreti e alle colpe che si celano dentro di noi.

sabato 25 ottobre 2014

Any Day Now

Titolo: Any Day Now 
Regia: Travis Fine
Anno: 2012
Genere: drammatico
Cast: Alan Cumming, Garret Dillahunt, Isaac Leyva, Frances Fisher, Gregg Henry, Jamie Anne Allman, Chris Mulkey, Alan Rachins

La trama in breve:
West Hollywood, California, 1979. Drag queen in un locale di Los Angeles, Rudy Donatello conosce il vice procuratore distrettuale Paul Fliger col quale ha un fugace rapporto sessuale. Quando la sua vicina di casa tossicodipendente è arrestata, il figlio di lei, Marco, quattordicenne affetto dalla sindrome di Down, viene affidato ai servizi sociali. Una sera, Rudy incontra il ragazzo che è riuscito a tornare all'appartamento in cui viveva con la madre dopo essere fuggito dai servizi sociali. Rudy decide così di prendersene cura: per riuscire ad ottenere la custodia temporanea di Marco, chiede aiuto all'uomo di legge Paul, insieme al quale costituirà una famiglia che attirerà pregiudizi e discriminazioni. (fonte mymovies)

Il mio commento:
Avete presente quei film che con poche sequenze riescono a incuriosire, a trasmettere emozioni, a far trapelare la sensazione di essere di fronte a un'opera valida? 
Non parlo di roboanti effetti speciali da blockbuster o spettacolari montaggi da trailer, realizzati ad hoc per fornire l'impressione di assistere a uno spettacolo irripetibile quando invece poi il risultato è scadente (vedi Prometheus), ma di emozioni suscitate dalla fotografia o dalla recitazione degli attori, ad esempio. 
O dalla sensazione di essere al cospetto di una storia degna di tale nome.
Ecco, la sensazione avuta qualche sera fa con questo Any Day Now è stata esattamente questa: zapping sonnolente tra i vari canali del digitale terrestre e infine l'approdo su Rai Movie, qualche secondo per capire cosa veniva trasmesso e da quel momento in avanti ho seguito con trasporto le vicende di Alan Cumming e Garret Dillahunt, il loro incontro, la problematica legata alla cura e all'adozione di Isaac Leyva, la loro relazione che nasce e si sviluppa di nascosto, lo scontro con i pregiudizi dei conoscenti, della società, di tutti di fronte a quella che viene additata come una sorta di anomalia.

venerdì 4 luglio 2014

Bronson

Titolo: Bronson
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2008
Genere: biografico
Cast: Tom Hardy, Kelly Adams, Katy Barker, Edward Bennett-Coles, June Bladon

La trama in breve:
Ostinatamente devoto alla violenza, Michael Peterson - in arte Charles Bronson - non riesce a tenere sotto controllo il suo egocentrismo. E così, dopo un'infanzia trascorsa tra le mura di una casa piena d'amore, il ragazzo cresce collezionando bravate di poco conto. Una volta diventato grande, muscoloso e forzuto, dopo l'ennesima prepotenza, viene rinchiuso per sette anni in carcere. Nella cella, tra una scazzottata al secondino e un morso ai colleghi più miserevoli, diventa il prigioniero più famoso d'Inghilterra: un carcerato eccentrico e sbiecamente intelligente che non ha mai ucciso nessuno ma vive da trent'anni in totale isolamento.   (fonte mymovies)

Il mio commento:
Tempo fa ebbi l'occasione di vedere Drive, con Ryan Gosling, film di Refn che mi piacque assai e assai e in merito al quale dedicati un pochito di tempo nel cercare commenti e riferimenti all'omonimo romanzo cui era ispirato.
Pochi giorni dopo fu la volta del Dark Knight Rises di Chritopher Nolan, in cui tra l'altro si fece notare un certo Bane, villain impersonato da un pompatissimo Tom Hardy.
Ordunque, googlando un poco, trovai un comune punto di incontro tra questi elementi, ovvero Bronson, diretto da Refn e fondamentalmente confezionato attorno all'unico personaggio impersonato da Tom Hardy che, qui, si trova costretto a dar sfoggio di versatilità e capacità recitative anche se forse sarebbe stato più precisa la scelta di un attore più maturo e con gli occhi meno buoni. 
Già perché Tom è sì talentuoso e capace, fisicamente pure prestante, ma un po' troppo giovane nell'aspetto.
Al di là di questo direi che il risultato complessivo è molto buono, con un film non monotono, che sa dimostrarsi originale e particolare, ritmato e con talune trovate di regia degne di nota che enfatizzano la potenza di talune sequenze o, al contrario, le rallentano rendendole eleganti e distaccate dal contesto "reale", quasi fossero sospese (ad esempio a quelle in cui c'è l'ambiguo Paul Daniels, impersonato da Matt King).

martedì 27 maggio 2014

Elezioni 2014: dico anch'io la mia...

Circa le elezioni, prima, dopo e durante, si sprecano valanghe di parole, tsunami di chiacchiere e bombardamenti mediatici senza pari. A volte discorsi urlati, a volte insensati, a volte appassionati, a volte ponderati. 
Quasi sempre con un taglio molto emotivo, che coinvolge o allontana lo spettatore, facendolo non tanto ragionare ma tifare e parteggiare.
Per cui, visto che c'ho un po' di tempo e voglia di esternare qualche pensiero, accenno pure io qualche riflessione sull'esito delle Europee.
In primis, più che focalizzare l'attenzione su chi ha preso più voti del previsto puntando su una comunicazione ossessiva ma efficace, su chi ne ha ricevuto meno consensi di quanto atteso o su chi ha recimolato voti insperati, punterei il classico occhio di bue sul vero vincitore di queste elezioni europee "italiane". 
Siorri e siorre, il partito dell'astensione
Con una spesa pari a zero e senza candidati, riesce a ottenere ben il 41,3 % dei voti, più del PD.
In pratica, a NON votare per le europee, è andato un italiano su due.
Rispetto al 2009, il partito dell'astensione ha guadagnato un onesto 6,35 % di consensi.
Non male, direi.
Probabilmente su questo valore hanno influito diversi fattori ma, direi, rimane un dato a dir poco preoccupante.
Mi domando quali siano le cause di un simile fenomeno e non penso che l'aver avuto un solo giorno a disposizione per votare, anziché i soliti due, sia l'unico. Di certo influisce, come il bel tempo che invoglia a fuggire verso il mare o la montagna, ma non basta a spiegare tali numeri, non in un periodo come questo in cui sono sentimenti pro e contro Europa hanno assunto consistenza.
Secondo me, quello che è venuto meno in questi mesi (anni) è una corretta e precisa informazione su quello che combinano i nostri europarlamentari, su chi sono, cosa pensano, come votano, a quali coalizioni appartengono (perché poi magari uno pensa di votare una cosa e in realtà partiti che millantano di essersi divisi stanno all'interno della medesima coalizione...)(beh, in effetti è un problema relativo se consideriamo che l'attuale governo è nato da un inciucio tra PD-Renzi e PDL-Berlusconi al di fuori delle aule del Parlamento...), quali responsabilità hanno e hanno avuto sul nostro presente. Anche sapere quanto ci costano potrebbe essere interessante. E stando a quel che si trova in internet, penso che non siano manco economici...

domenica 27 aprile 2014

Il sospetto

Titolo originale: Jagten (La caccia)
Titolo: Il sospetto
Regia: Thomas Vinterberg
Anno: 2012
Genere: drammatico
Cast: Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Susse Wold, Annika Wedderkopp, Lasse Fogelstrøm

La trama in breve:
Lucas ha un divorzio alle spalle e una nuova vita davanti che vorrebbe condividere con il figlio Marcus, il cane Funny e una nuova compagna. Mite e riservato, Lucas lavora in un asilo, dove è stimato dai colleghi e adorato dai bambini, soprattutto da Klara, figlia del suo migliore amico. Klara, bimba dalla fervida immaginazione, è affascinata da Lucas a cui regala un bacio e un cuore di chiodini. Rifiutato con dolcezza e determinazione, Lucas invita la bambina a farne dono a un compagno. Klara non gradisce e racconta alla preside di aver subito le attenzioni sessuali dell'insegnante. La bugia di Klara scatenerà la 'caccia' al mostro, investendo rovinosamente la vita e gli affetti di Lucas. Disperato ma deciso a reagire, Lucas affronterà a testa alta la comunità nell'attesa di provare la sua innocenza. (fonte mymovies)

Il mio commento:
Complessa e molto attuale, candidata al premio Oscar nella categoria Miglior film straniero al pari de La Grande Bellezza di Sorrentino, quest'opera di Vinterberg rappresenta un'ottimo prodotto cinematografico, impegnativo e non banale nella sua fruizione. Uno di quelli da non sottovalutare o da prendere alla leggera, da proiettare in un cineforum e su cui poi dibattere.
La storia, in realtà non così complessa, si svolge in un contesto nordico (la produzione è danese) che forse un po' stride con le solite ambientazioni a cui il cinema ci ha abituato: il paese è piccolo, tutti si conoscono, c'è ordinarietà, non ci sono sparatorie o mirabolanti effetti speciali. E' un sistema chiuso, insomma, forse un po' ottuso, che vive di ritmi e dinamiche sociali semplici ma familiari.
Non mi dilungo su aspetti di fotografia, recitazione e regia, che si assestano su ottimi livelli e che certamente contribuiscono a impreziosire l'opera. Tra l'altro, Vinterberg è uno di quei registi che han dato vita al Dogma 95 per cui nel film non son presenti molti effetti speciali (al di là del trucco e di qualche sostituto per gli animali...) o musiche, ma tutto mira a essere quanto più realistico possibile, con illuminazione naturale, persone e ambientazioni "normali" (a parte la casa di Brunn...caspita, vive davvero in una magione...).

sabato 8 giugno 2013

..:: Human Traffic ::..

Titolo: Human Traffic
Regia: Justin Kerrigan
Anno: 1999
Genere: Commedia
Cast: Lorraine Pilkington, John Simm, Shaun Parkes, Danny Dyer, Nicola Reynolds

La trama in breve:
Modelli della gioventù rabbiosa e disillusa dell'Inghilterra di questi anni, cinque ventenni di Cardiff consumano passivamente la loro settimana feriale - tra un lavoro precario e la disoccupazione professionale - in attesa del weekend, con il suo rituale di ballo e di sballo celebrato in discoteca, tra una pasticca di ecstasy ed un amore fugace. Non possono dirsi felici, ognuno alle prese coi suoi problemi. Tutto sino al fatidico weekend. Justin Kerrigan, regista venticinquenne, debutta nel lungometraggio con quello che lui stesso ama definire il primo "film-rave" mai realizzato.  (fonte comingsoon)
Il mio commento:
Avete presente Trainspotting? Ecco, al primo impatto, la visione di questo film mi ha fin da subito ricordato le peripezie e la narrazione spesso in soggettiva di Ewan McGregor nel succitato film di Danny Boyle. 
Al contempo, Human Traffic si caratterizza come prodotto a sé, con alcuni punti in comune ma fondamentalmente diverso da Trainspotting.
Al centro della scena troviamo cinque ragazzi e il loro weekend all'insegna dello sbando. Dopo una settimana vissuta blandamente e con insofferenza, schiacciati in un ruolo che non sentono proprio in qualità di commessi o lavoratori, lo svago del weekend diviene l'unica via di salvezza, il modo per affermarsi e per cercare quell'individualità che il quotidiano sembra voler affogare. Una ricerca, un'evasione, vedetela come volete, che però non viene vissuta esattamente in modo sobrio e pulito, bensì stordendosi di droga e alcol, transumando da un locale a un altro, da un party a un altro rave, e cedendo al proprio io interiore, alle proprie paranoie, alla propria libera e semplice voglia di vivere. 
Ecco allora che si mescolano vicende personali più o meno felici, una storia d'amore in fieri, alienazione e tanta solitudine alternando momenti reali ad altri "virtuali", talvolta con effetti vagamente deliranti come i "factsmen" che appaiono dal nulla per dialogare (istruire?) con gli spettatori, prima, e perdersi nella frenesia della festa, poi.
Tra gli aspetti che più mi hanno colpito, al di là del ritmo e della regia, sempre molto vivace e nervosa, vi sono la sincerità e la schiettezza che emergono dalle vicende proposte, un'onestà che quasi ferisce e che si avverte soprattutto per il modo in cui i personaggi chiamano in causa lo spettatore, facendolo sentire parte del contesto in cui essi stessi interagiscono.

martedì 26 marzo 2013

..:: Cose dell'altro mondo ::..

Titolo: Cose dell'altro mondo
Regia: Francesco Patierno
Anno: 2011
Genere: commedia
Cast: Diego Abatantuono, Valerio Mastandrea, Valentina Lodovini, Renato Nuvoletti, Sandra Collodel

La trama in breve:
Una città del Nordest d'Italia. L'immigrazione incide sul tessuto sociale. L'industriale Golfetto non la sopporta nella maniera più assoluta e scarica tutta la sua xenofobia in uno spazio a lui riservato nella tv locale che finanzia. Intanto fa ritorno a casa Ariele, un poliziotto con madre con Alzheimer e un tempo compagno della maestra Laura che ora attende un figlio da un africano. Un mattino però, dopo un fenomeno temporalesco anomalo, tutti gli extracomunitari e gli stranieri in genere scompaiono dal territorio. Bisogna arrangiarsi da soli. (fonte mymovies)


Il mio commento:
Visto recentemente, sebbene non eccelso né particolarmente pubblicizzato, credo che il film in questione meriti comunque una menzione su questo mio blog sempre più allo sbando e sempre meno frequentemente aggiornato. 
In primis perché ambientato qui nel Veneto (ogni tanto qualcuno si ricorda che esiste anche questa regione...) e in secondo luogo perché mira dritto al problema dell'immigrazione e di come, in realtà, questo fenomeno sia sfaccettato e diversamente percepito dalla popolazione "nanica".
Già, perché se dovessi accostare la razza veneta a una razza fantasy, magari attingendo a piene mani ad ambientazioni stile Tolkien, credo che la scelta ricadrebbe su quella dei nani: gente che lavora sodo, che vuole lavorare e che non sta senza far niente, propensa alla concretezza, difficilmente sdoganabile dal proprio territorio, che alla comunicazione, all'arte, alla cultura pensa solamente in termini di usufrutto o che, comunque, per queste non vivrebbe mai.
O, per lo meno, questo l'identikit che si applicherebbe a molta parte della gente veneta. 
Me incluso, probabilmente.
Lo so, sono volutamente provocatorio però certe volte davvero mi piacerebbe trovarmi in una regione di "elfi"....
Ad ogni modo, divagazioni a parte, questo "Cose dell'altro mondo" non è l'omonimo film del 1991 con Hulk Hogan e Christopher Lloyd: tra l'altro, in originale, si chiamava Suburban Commando.... 

mercoledì 9 giugno 2010

Nel mulino che vorrei ...

Nel mulino che vorrei... nessuno salta mai la colazione. Non solo i ragazzi ariani, o le pupe delle trasmissioni intelligenti. Nemmeno quei bimbi di Negrolandia che magari muoiono di fame e che lo stesso cadranno nonostante, laggiù, si rechino a giocare gli semidei del calcio.
Nel mulino che vorrei... nessuno ha bisogno di carità altrui: ognuno ha la possibilità di vivere del lavoro delle proprie mani, costruendo, allevando, coltivando, realizzando.

Nel mulino che vorrei... acqua cielo e terra sono risorse d'inestimabile valor
e, senza calcoli di fredde logiche commerciali a determinare il prezzo del futuro del nostro pianeta.

Nel mulino che vorrei... la scuola e l'istruzione sono aspetti importanti, non entità aziendali da depauperare e depredare, smantellando coscienze e formazioni, disincentivando la crescita della nazione. Anzi, nel mulino che vorrei, la scuola continua perennemente, anche per chi lavora già, anche per quegli anziani che in pensione non sanno che cosa fare. Insegnamento e formazione, per primeggiare in ogni campo, per crescere ed esplorare, per non lasciare indietro nessuno di quei cittadini che compongono la nazione.
Nel mulino che vorrei... la giustizia ha voce forte e l'ipocrisia si scioglie al sole. Non durano tanto a lungo le notizie irrazionali o quelle che diffondono menzogna e falsità.
Nel mulino che vorrei... le chiese di tutto il mondo hanno unito i propri sforzi ed acquistato con le loro ingenti (austere) ricchezze le azioni di tutte quelle aziende che vendono armi e distruzione. Si creerebbe allora uno stallo e, forse, la pace mondiale diverrebbe qualcosa di tangibile, esistente oltre alle belle parole, una possibile folle certezza in cui sperare.

Nel mulino che vorrei... si lavora per vivere solamente per non più di metà settimana. Nei giorni restanti, ci si dedica a se stessi, alle proprie passioni e occupazioni domestiche o familiari. Si riscopre il tempo di quella vita per la quale ci affanniamo. Si imparano a mettere a frutto gli insegnamenti che ci fanno progredire, nella mente e nel corpo, verso la strada della perfezione.

Nel mulino che vorrei... c'è sempre tempo da dedicare a quelle attività che più ci rendono felici, quelle che aiutano a capire chi siamo, verità così ovvia e banale alla quale impieghiamo anni solo per approdare.
Ma soprattutto, nel mulino che vorrei... c'è sempre tempo ed energia per trascrivere e salvaguardare quelle idee stupide e così geniali fatte di storie e personaggi e che mi nascono in mente sempre e solo quando non le posso salvare su carta o cellulare :-(